Anthropic ha messo nero su bianco la sua intenzione di sbarcare in Borsa, depositando il primo giugno la documentazione riservata che apre la strada a un’offerta pubblica iniziale. Per una società valutata 965 miliardi di dollari (circa 895 miliardi di euro) non è una mossa qualsiasi, ma l’ennesimo tassello di quello che si annuncia come un anno da ricordare per le quotazioni legate all’intelligenza artificiale. I grandi laboratori si stanno dando battaglia per accaparrarsi i capitali necessari a finanziare attività di ricerca che costano cifre da capogiro.
L’annuncio è arrivato con un breve post sul blog aziendale, senza firma, in cui la società ha precisato di non aver ancora deciso né l’importo né la valutazione a cui mirare. I tempi dell’Ipo, ha scritto Anthropic, dipenderanno dalle condizioni di mercato e da altri fattori. Tutto questo a pochi giorni di distanza dalla presentazione di un round di finanziamento da 65 miliardi di dollari (poco più di 60 miliardi di euro). Sul resto, bocche cucite.
La corsa al capitale che muove l’intelligenza artificiale
Guidata dall’amministratore delegato Dario Amodei, Anthropic si muove in un terreno parecchio affollato. Le indiscrezioni parlano di una OpenAI pronta a quotarsi già a settembre. E poi c’è SpaceX, l’azienda di Elon Musk che controlla xAI, che ha pure lei presentato in forma riservata i documenti per un’Ipo e punterebbe a debuttare il 12 giugno con una valutazione di 1.750 miliardi di dollari (intorno ai 1.625 miliardi di euro).
Il filo che lega queste tre realtà è semplice: servono soldi, tanti, per pagare le risorse di calcolo che addestrano i modelli di frontiera. A fine maggio Anthropic ha dichiarato 47 miliardi di dollari di ricavi su base annua (circa 43 miliardi di euro). Una cifra robusta, certo, che però non basta a coprire le spese per il cloud e gli stipendi di migliaia di dipendenti. Risultato: l’azienda ha chiuso in perdita. Adesso la palla passa alle autorità di regolamentazione statunitensi, che potranno fare le loro osservazioni partendo dai documenti consegnati lunedì alla Securities and Exchange Commission, dove sono illustrati obiettivi, conti e nodi critici della società. Preparare un debutto in Borsa è un lavoro tutt’altro che banale: bisogna sistemare la contabilità, irrigidire le procedure interne e mettere in piedi una proposta che convinca davvero gli investitori.
Lo sbarco in Borsa di Claude, il modello di punta dell’azienda, è atteso con curiosità anche perché potrebbe portare nuova ricchezza a San Francisco, dove Anthropic ha sede. Alcuni dipendenti avevano già venduto parte delle proprie azioni a investitori in trattative private prima della quotazione. Con l’Ipo, altri potrebbero seguire la stessa strada, trasformando decine se non centinaia di milionari e miliardari sulla carta in milionari e miliardari veri. Buone notizie pure per i grandi azionisti come Amazon e per chi ha scommesso sull’azienda fin dall’inizio, tra cui Jaan Tallinn, cofondatore di Skype.
Cosa rischia di frenare i piani
Se le cose filano lisce, l’Ipo di Anthropic potrebbe giocarsela con SpaceX per il titolo di più grande di sempre. Ma c’è un ostacolo: la struttura societaria è complicata. Lo status di public benefit corporation, che risponde in parte a un comitato chiamato Long-Term Benefit Trust, pensato per proteggere la missione di lungo periodo, potrebbe rallentare tutto e portare a un ridimensionamento della valutazione.
A differenza di altri laboratori, Anthropic ha puntato molto sui clienti aziendali. Il suo modello pensato per la programmazione, Claude Code, è considerato tra i migliori in circolazione. Negli ultimi mesi, però, sono arrivati anche grattacapi seri. A inizio anno il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha imposto sanzioni in base a due leggi federali, con l’obiettivo di bloccare l’uso di Claude nell’esercito e in altre agenzie federali. Hegseth ha definito le posizioni etiche dell’azienda, inclusa l’opposizione all’uso non supervisionato in scenari ad alto rischio, una minaccia per la sicurezza nazionale. Anthropic, dal canto suo, aveva rifiutato che i propri modelli venissero impiegati per la sorveglianza di massa e per le armi autonome.