Una sanzione da 2,25 milioni di dollari, circa 2 milioni di euro, chiude i conti tra Amazon e la Federal Trade Commission americana su una vicenda scomoda. Il colosso dell’e commerce è finito nel mirino dell’autorità per non aver aiutato i clienti finiti nella rete del furto d’identità, un problema che tocca migliaia di persone e che, secondo l’accusa, sarebbe stato gestito in modo tutt’altro che trasparente.
Al centro della questione c’è il rifiuto di fornire informazioni. La FTC contesta ad Amazon di non aver consegnato ai clienti i dettagli sugli acquisti effettuati tramite account fraudolenti, in violazione del Fair Credit Reporting Act, la legge statunitense che regola l’accesso ai dati creditizi. Un punto tecnico, certo, ma con ricadute molto concrete sulla vita di chi si è ritrovato la carta di credito clonata e usata a sua insaputa.
Un labirinto burocratico difficile da attraversare
Il quadro descritto nella denuncia ha qualcosa di paradossale. Le vittime del furto d’identità che contattavano l’assistenza, si legge nel documento, finivano spesso dentro una sequenza kafkiana. Gli operatori del supporto clienti si rifiutavano di consegnare i registri legati a un account fraudolento a meno che la vittima non riuscisse a indovinare il nome di chi lo aveva aperto. Una richiesta assurda, se si pensa che chi ha subito il raggiro non ha ovviamente idea di chi si nasconda dietro il conto.
Un caso in particolare rende l’idea. Una persona colpita dalla truffa avrebbe provato a indovinare il nome del titolare dell’account fraudolento oltre trenta volte. Nonostante gli sforzi, Amazon non avrebbe comunque rimosso i dati della sua carta di credito dall’account del ladro. Sempre secondo la FTC, l’azienda non avrebbe rispettato nemmeno i termini previsti dalla legge, che impongono di rispondere alle richieste di documentazione delle vittime entro trenta giorni.
La risposta di Amazon e le nuove procedure
Dal canto suo, l’azienda ha scelto la linea della collaborazione. Un portavoce di Amazon ha fatto sapere che la società ha risolto la questione con la FTC e ha introdotto miglioramenti nei processi destinati ai clienti che ritengono di poter essere vittime di furto d’identità. In pratica, l’accordo mette una pietra sopra alla vicenda e apre la strada a una gestione più snella per chi si trova nella stessa situazione.
La cifra pattuita, quei 2,25 milioni di dollari, serve proprio a chiudere le rivendicazioni mosse dall’autorità. Il Fair Credit Reporting Act resta il riferimento normativo attorno a cui ruota tutto il caso, perché è quella legge a stabilire cosa un’azienda deve fare quando un cliente segnala un uso fraudolento dei propri dati. La violazione contestata riguarda proprio il mancato rispetto di questi obblighi.
Le modifiche annunciate da Amazon puntano a evitare che si ripetano situazioni come quella del cliente costretto a tentare decine di volte di indovinare un nome. L’obiettivo dichiarato è offrire un percorso più chiaro a chi denuncia un problema legato alla propria identità, senza scaricare sulla vittima l’onere di ricostruire informazioni che dovrebbe fornire l’azienda stessa.