I numeri parlano chiaro e confermano un sospetto che circolava ormai da mesi tra addetti ai lavori e appassionati: l’AI nei videogiochi è già praticamente ovunque. Jack Buser di Google Cloud lo aveva detto senza troppi giri di parole tempo fa, e adesso lo Steam Next Fest appena partito sulla piattaforma di Valve gli dà ragione. Quasi un quinto dei titoli che hanno proposto una demo include contenuti realizzati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Basta applicare un filtro specifico alla ricerca su SteamDB, quello chiamato AI Content Disclosed, per rendersene conto. Su 8.764 giochi presenti, ben 1.715 sono stati sviluppati con il supporto di modelli e algoritmi. Fa il 19,57% del totale, una cifra niente male. A volte si tratta solo di tradurre qualche riga di testo, altre volte invece l’AI mette mano ad asset più corposi come texture e musica. E qualcosa lascia pensare che la percentuale sia destinata a salire, soprattutto nel mondo indie. Le grandi produzioni AAA, almeno per ora, sembrano voler restare frutto al 100% dell’ingegno umano, come dimostra il caso di GTA 6.
Dal divieto alla resa: il percorso di Valve
Emblematica la vicenda legata al nuovo Tomb Raider, dove Crystal Dynamics si è ritrovata a gestire un vero e proprio boomerang mediatico. Vale la pena ricordare che in passato Valve aveva scelto una linea dura, rifiutando di pubblicare titoli confezionati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Un modo per difendere l’autenticità del prodotto, almeno nelle intenzioni. Peccato che si trattasse di una battaglia persa in partenza, visto quanto si erano già diffusi gli strumenti usati sia per scrivere codice sia per generare gli asset di gioco.
Non è passato molto prima che l’azienda facesse marcia indietro, arrendendosi all’evidenza e fissando regole chiare per garantire trasparenza verso chi gioca. Oggi che l’AI consente di velocizzare il lavoro, o addirittura di automatizzarlo del tutto come accade con Codex Mortis, resta da affrontare un ultimo ostacolo. Non è tecnologico, è culturale. Riguarda la percezione del giocatore.
L’ultimo tabù è nella testa di chi gioca
Come per qualsiasi altro contenuto, alla fine è il pubblico a stabilire le regole del gioco. Pretendere che programmatori e software house continuino a mettere del proprio in ogni fase della progettazione, oppure accontentarsi che si limitino a digitare prompt e a validare ciò che il software restituisce. Il discorso non riguarda solo i videogiochi, ovviamente. Vale per la musica, per il cinema, per qualunque prodotto nato dalla creatività umana.