L’intelligenza artificiale è entrata in punta di piedi anche nei corridoi delle università, e ora ci resta con tutte le scarpe. Sempre più ricercatori la usano per scrivere le loro pubblicazioni scientifiche, i cosiddetti paper, e la cosa ha creato un cortocircuito curioso. Perché il problema è chiaro a chiunque abbia letto abbastanza testi generati da una macchina, la scrittura diventa piatta, impersonale, e un occhio allenato la riconosce quasi subito. La soluzione? Ancora più tecnologia, come spesso accade.
Stanno infatti spuntando degli algoritmi chiamati humanizer, il cui compito è uno solo, prendere un testo che sa troppo di software e restituirlo con un tono che assomigli a quello di chi lo firma. Insomma, si usa l’AI per nascondere l’AI. Un cane che si morde la coda, verrebbe da dire, però il fenomeno è concreto e sta prendendo piede nel mondo dell’editoria accademica.
Il tool che rende più umana la scrittura scientifica
Uno di questi strumenti sta facendo particolarmente rumore. È stato pubblicato su GitHub da Jie Ding, ricercatore dell’Università del Minnesota che di mestiere si occupa proprio di machine learning. Non un dilettante, quindi. Ding racconta di aver pensato il suo tool su misura per due situazioni ben precise, gli articoli scientifici e le presentazioni destinate agli investitori.
La promessa è quella di aiutare gli autori a mantenere una voce personale e coerente lungo tutto il testo, limando allo stesso tempo quei tic stilistici che tradiscono al volo la mano di servizi come ChatGPT e Gemini. Quelle costruzioni un po’ troppo pulite, quel ritmo prevedibile che chi legge molto ormai fiuta a distanza. In pratica il software cerca di far sembrare il testo scritto da una persona in carne e ossa, non da un modello linguistico.
Una comunità divisa tra utilità e trasparenza
Dentro il mondo della ricerca le reazioni sono tutt’altro che unanimi. C’è chi ha già inserito l’intelligenza artificiale nella propria routine quotidiana e vede questi strumenti come una mano tesa per migliorare la qualità di ciò che scrive. Poi però c’è l’altra campana. Diversi accademici storcono il naso, perché temono che tool del genere finiscano per intaccare la trasparenza. Il rischio, dicono, è che qualcuno smetta di dichiarare di aver usato l’AI, quando invece la stragrande maggioranza degli editori più seri del settore impone esattamente questo, mettere le carte in tavola.
Ding ha una risposta pronta a chi lo critica. A suo dire il nodo non sta nello strumento, che di per sé è neutro, ma nella responsabilità etica di chi decide di adoperarlo. Uno stesso oggetto può essere un aiuto legittimo oppure una scorciatoia poco onesta, tutto dipende da come lo si maneggia e da cosa si dichiara. Il dibattito, dentro le università, è appena cominciato.