L’adulazione algoritmica è quel fastidioso difetto per cui i chatbot dicono sempre di sì, e basta poco per liberarsene. Nessuno, nella vita reale, vorrebbe accanto una persona che approva ogni cosa, annuisce a qualsiasi idea, conferma ogni decisione senza mai sollevare un dubbio. Un amico che non contraddice mai, di solito, non è un buon amico. È uno specchio che riflette soltanto ciò che si vuole vedere. Eppure è esattamente così che si comporta la maggior parte degli assistenti basati sull’intelligenza artificiale: validano, confermano, incoraggiano, e quasi mai mettono qualcosa in discussione.
Il fenomeno ha un nome tecnico e chiunque usi regolarmente questi strumenti lo ha sperimentato sulla propria pelle. Si espone un ragionamento, il chatbot lo definisce un’ottima osservazione. Si propone un’idea, la trova molto interessante e ben strutturata. Si chiede un parere critico e arriva una critica talmente gentile da essere, in sostanza, un complimento travestito. Per chi cerca un confronto onesto è frustrante. Invece di un interlocutore che aiuta a pensare meglio, si ottiene un assistente che tende a confermare quello che si vuole sentirsi dire.
Cinque prompt per trasformare l’AI in un critico onesto
La buona notizia è che il problema si risolve, e non cambiando strumento. Basta cambiare il modo in cui gli si parla. Cinque prompt pensati per situazioni diverse costringono il chatbot ad abbandonare la modalità compiacente e a vestire panni molto più utili: critico, scettico, avvocato del diavolo, revisore imparziale.
Il primo è il più versatile. Funziona in qualsiasi conversazione lunga dove si cerca una seconda opinione genuina e non la solita conferma automatica. Si chiede al modello di agire come partner di confronto intellettuale, con l’obiettivo non di confermare le opinioni ma di migliorarle. Per ogni affermazione rilevante deve individuare i presupposti impliciti, valutare la solidità del ragionamento, presentare le obiezioni più convincenti, evidenziare errori logici e punti deboli. Niente consenso a tutti i costi: priorità all’accuratezza e alla ricerca della verità. La differenza nelle risposte è immediata, a volte spiazzante. Il chatbot smette di cercare modi eleganti per dare ragione e inizia a cercare i punti dove il ragionamento scricchiola.
Il secondo prompt è più aggressivo. Serve quando si ha una convinzione forte e si vuole vedere se regge a un attacco sistematico. Si chiede al modello di supporre che la conclusione sia sbagliata e che il suo compito sia dimostrarlo, cercando supposizioni errate, informazioni mancanti, falle logiche e scenari peggiori. Quello che sopravvive a questo trattamento è probabilmente solido. Quello che non sopravvive, meglio scoprirlo in una chiacchierata con un assistente virtuale che in una riunione col capo o in una decisione finanziaria sbagliata.
Dalla versione migliore al verdetto finale
Il terzo è il più equilibrato. Invece di attaccare subito l’idea, chiede al chatbot di attraversare due fasi: prima rafforzare l’argomento nella versione più solida possibile, poi demolire quella versione rafforzata. Il valore sta nell’onestà strutturale. Il modello non può accusare l’idea di essere debole, perché l’ha appena resa il più forte possibile. Se i difetti emergono anche così, sono difetti veri.
Il quarto affronta un altro problema, la tendenza dei chatbot a presentare ogni risposta con lo stesso livello di sicurezza, che si tratti di fatti verificati o di pure supposizioni. Qui si chiede al modello di stimare prima quanto è sicuro, separando fatti, supposizioni, speculazioni e incertezze, e di dichiarare quando gli mancano informazioni invece di riempire i vuoti con ipotesi che suonano plausibili.
L’ultimo è il più diretto e il meno diplomatico. È il giudice indipendente, da usare quando serve un verdetto onesto su un’idea, un piano, una decisione. Si chiede di valutare con il massimo rigore, senza incoraggiare né assecondare, indicando ciò che si è trascurato, le obiezioni di un esperto del settore, i fattori di rischio e le ragioni per cui l’idea potrebbe fallire. Poi una valutazione complessiva, anche sfavorevole.
Il comportamento predefinito dei chatbot, da ChatGPT a Claude, è far sentire bene, dare ragione, evitare il conflitto. Un’impostazione comprensibile dal punto di vista commerciale, ma disastrosa da quello intellettuale. Un’AI che dà sempre ragione non è d’aiuto. Questi prompt spezzano il circolo: il modello smette di chiedersi come compiacere e comincia a chiedersi come migliorare le idee.