Milioni di persone hanno scritto qualcosa di personale a un chatbot nel cuore della notte, una preoccupazione per il lavoro, una lite con il partner, un pensiero mai detto ad alta voce. La risposta arriva calda, misurata, stranamente rassicurante. Per un attimo sembra davvero di essere ascoltati. E la fiducia che riponiamo nei chatbot ha oggi una spiegazione precisa, che chiama in causa gli stessi meccanismi che ci fanno piangere davanti a un film.
Quel momento ha finalmente un nome. Il filosofo Tom Roberts, dell’Università di Exeter, lo definisce chatbot fictionalism, e nel suo studio pubblicato su Philosophical Studies porta avanti una tesi sorprendentemente elegante. Il cervello tratta un chatbot come un personaggio di finzione. Il rilascio di ossitocina e l’attività dei neuroni specchio, gli stessi meccanismi dietro alla commozione davanti a un film dello Studio Ghibli, entrano in gioco quando un chatbot dà valore alle nostre emozioni. La psicologia dei media chiama tutto questo trasporto, un’attenzione così totale verso una narrazione da far percepire gli eventi immaginari come emotivamente reali.
Perché la nostra mente si fida di una voce artificiale
L’intelligenza artificiale generativa si aggancia a questo cablaggio antico con una precisione notevole. Ci sono alcuni meccanismi che vale la pena capire. Il primo è la fluidità linguistica, che segnala affidabilità. Il cervello deduce competenza da un linguaggio scorrevole e sicuro, non dalla verifica dei fatti. Decenni di ricerca sull’equazione tra media e persone confermano che trattiamo i computer come attori sociali, un pregiudizio che il dialogo adattivo in tempo reale amplifica parecchio.
C’è poi il fatto che i chatbot appaiono privi di giudizio e sempre disponibili, un po’ come quella che la teoria dell’attaccamento definisce base sicura. E non finisce qui. La persona del chatbot viene costruita anche da noi, attraverso i nostri stessi comandi. In parte scriviamo il personaggio di cui poi ci fidiamo. La spia che rivela tutto è semplice. Possiamo cancellare la memoria di un chatbot senza il minimo senso di colpa. Non è un dettaglio curioso, è finzione, e da qualche parte lo sappiamo già.
Quando l’amico immaginario diventa una fonte di notizie
Il pericolo vero non è l’attaccamento emotivo, ma lasciare che un personaggio amato dica la sua sulla realtà. Lo stesso tono caldo che un chatbot usa per accompagnarci in una settimana difficile è il tono con cui parla di elezioni o consigli medici. L’avvertimento di Roberts è preciso. La fiducia affettiva, quella sensazione di sicurezza emotiva, sconfina nella fiducia epistemica, dove il chatbot inizia a funzionare come una fonte di verità affidabile. La guardia si abbassa proprio perché la relazione fa stare bene.
Alcuni ricercatori sostengono che a guidare questa fiducia siano più l’antropomorfismo e il design dell’interfaccia che non la costruzione condivisa della narrazione. Per gli utenti più fragili, in particolare, la cornice del gioco di finzione potrebbe non reggere fino in fondo. Alcune persone sopravvalutano davvero quello che l’AI comprende. Entrambe le prospettive portano allo stesso vuoto normativo. I regolatori potrebbero dover distinguere tra conforto emotivo e affidabilità dei fatti, imponendo avvisi chiari quando i sistemi di AI commentano notizie, politica o salute.
Roberts è diretto su ciò che ai chatbot manca. Nessuna fame, nessuna stanchezza, nessun ricordo sensoriale, nessuna vita interiore legata a un corpo. Quello che hanno sono i nostri comandi, cuciti insieme in un personaggio che abbiamo contribuito a scrivere. Saperlo non rende lo strumento meno utile. Rende noi un pubblico più smaliziato, un po’ come la differenza tra apprezzare il fascino parasociale di un conduttore di podcast e affidargli davvero la scelta del proprio medico.


