I Mondiali di calcio disputati in Nord America si sono trasformati in una gigantesca occasione per le autorità di mezzo mondo, decise a mettere le mani su centinaia di piattaforme che trasmettevano le partite tramite streaming pirata. Il bilancio parla chiaro. Più di 1.800 tra domini e URL sono stati sospesi o sequestrati, grazie a un lavoro coordinato tra forze dell’ordine, magistrature e i grandi detentori dei diritti audiovisivi. E il numero potrebbe crescere ancora, perché con la fine della manifestazione qualche altro annuncio potrebbe arrivare nei prossimi giorni, ora che tutto il grande apparato si smonta e ognuno torna alle proprie sedi.
C’è anche un dettaglio curioso. Chi ha organizzato queste maxi operazioni si è divertito parecchio con i nomi, pescando a piene mani dal lessico calcistico. Negli Stati Uniti, tanto per fare un esempio, è andata in scena la cosiddetta Operation Offsides, tra le più corpose in assoluto. Basta un confronto per capire la portata. Durante la Coppa del Mondo in Qatar del 2022 erano stati messi sotto sequestro 78 domini, mentre l’operazione del 2026 ne ha coinvolti almeno 627 identificati pubblicamente. Dietro c’era una squadra niente male, con il sostegno di FIFA, beIN Media Group, NBCUniversal, Alliance for Creativity and Entertainment, UFC e Warner Bros.
Un blitz che ha attraversato più continenti
Il raggio d’azione è stato ampio. Tramite la rete internazionale ICHIP, coordinata dal Dipartimento di Giustizia statunitense, le attività si sono spinte fino a Paesi come Perù e Bulgaria, con altri interventi mirati in Croazia, Romania, Polonia e Colombia. Proprio la Colombia ha giocato un ruolo di primo piano, mettendo in campo la Operación Tarjeta Roja, che ha tirato dentro nove nazioni dell’America Latina più gli Stati Uniti. E i risultati non sono stati affatto banali.
Solo sul territorio colombiano sono stati sospesi 1.140 tra domini e URL. Le autorità locali hanno effettuato 15 arresti e sequestrato migliaia di articoli contraffatti collegati ai Mondiali. Discorso simile in Argentina, dove sono finiti nel mirino 14 siti riconducibili a piattaforme note come FútbolLibre, Stella TV e Tele Latino, ormai da anni sorvegliate speciali per i titolari dei diritti.
Numeri che raccontano una campagna decisamente più aggressiva rispetto al passato. La pirateria legata ai grandi eventi sportivi resta un nervo scoperto per chi investe cifre enormi nell’acquisto dei diritti televisivi, e questa tornata di operazioni sembra voler mandare un messaggio piuttosto netto. Chi trasmette le partite senza autorizzazione rischia grosso, e non solo dal punto di vista dei server oscurati.