Google dovrà accettare store concorrenti direttamente dentro il suo Play Store, e non si tratta di un dettaglio tecnico da poco. È uno dei cambiamenti più pesanti che l’ecosistema Android abbia visto negli ultimi anni, frutto della lunga battaglia legale tra Epic Games e la casa di Mountain View. Le due aziende hanno ritirato insieme la proposta di modifica all’ingiunzione del tribunale, e il risultato è chiaro: gli store rivali entreranno nel Play Store come qualsiasi altra applicazione. Niente sideload, niente installazioni manuali complicate. Dentro il negozio ufficiale, punto.
La data è già segnata sul calendario, 22 luglio 2026. Google ha fatto sapere al tribunale di essere pronta a partire, e ha già avvisato gli sviluppatori statunitensi che le loro app finiranno automaticamente negli store di terze parti, salvo che scelgano esplicitamente di tirarsi fuori.
Come si è arrivati a questo punto
Per capire la portata della cosa serve un minimo di contesto. Nell’ottobre 2024 il giudice James Donato aveva stabilito che il modo migliore per smontare il monopolio illegale di Google sulle app Android fosse costringerla a ospitare store rivali dentro il proprio Play Store, condividendo pure l’intero catalogo di app. Mountain View ha combattuto la decisione per mesi, e alla fine era riuscita a convincere Epic a firmare una proposta alternativa, con un accordo globale che comprendeva anche un pagamento riservato da circa 730 milioni di euro.
Quella proposta alternativa parlava dei cosiddetti Registered App Stores, negozi che gli utenti avrebbero dovuto installare manualmente tramite sideloading, senza accesso diretto dal Play Store. Il giudice Donato non era per niente convinto, tanto che per giovedì 16 luglio era prevista un’udienza per discuterne. Non servirà più: entrambe le parti hanno ritirato tutto prima ancora di mettere piede in aula.
Il portavoce Dan Jackson ha commentato dicendo che l’azienda ha concordato con Epic di ritirare la richiesta di modifica all’ingiunzione, piuttosto che allungare un processo che genera incertezza per l’intero ecosistema. Una dichiarazione che sa di resa ordinata, ma dietro c’è una doppia strategia geografica ben precisa. Negli Stati Uniti gli store di terze parti entrano dritti nel Play Store per effetto dell’ingiunzione. Nel resto del mondo, Italia inclusa, resta in piedi il programma dei Registered App Stores, in arrivo con la prossima versione di Android ma sempre con installazione manuale. Due regole diverse per lo stesso ecosistema.
Costi, requisiti e i nodi ancora aperti
Sul piano economico le condizioni sono già scritte. Chi vorrà accedere al catalogo di app di Google dovrà versare una quota annuale di circa 4.600 euro per le revisioni di sicurezza e le policy. Tra i paletti fissati: niente distribuzione di app fuori dagli Stati Uniti, apertura a tutti gli sviluppatori idonei e un limite preciso, non più dell’1% dei tentativi di installazione potrà tradursi in malware. Quest’ultimo punto rischia di diventare un ostacolo serio per gli store più piccoli e meno strutturati.
Molti dettagli restano da chiarire. Non si sa se le aziende dovranno sottoporre i propri store come una qualsiasi app oppure se ci sarà un percorso dedicato. E soprattutto non è chiaro come evolveranno le commissioni e i sistemi di pagamento alternativi, terreno su cui Epic e Google avevano già aperto qualcosa. Per gli utenti americani la novità più immediata è che a breve potrebbero vedere negozi alternativi disponibili direttamente nel Play Store. La domanda vera è chi si farà avanti, da Microsoft con il suo Xbox Game Store fino agli altri grandi nomi.
Il banco di prova non è tanto se gli store di terze parti compariranno nel Play Store, quanto se poi qualcuno li userà davvero. La frammentazione dell’ecosistema Android è sempre stata più un problema teorico che pratico per la gran parte delle persone, e convincerle a cambiare abitudini sarà la partita più difficile.