Chi pensava che bastasse qualche ora sotto il sole d’estate per riempire le riserve di vitamina D farebbe bene a ricredersi. Uno studio britannico che ha coinvolto quasi 300 persone residenti nel nord del Regno Unito racconta una storia diversa, e non troppo rassicurante. In pratica molti soggetti potrebbero avere livelli troppo bassi di questo micronutriente tutto l’anno, senza nemmeno accorgersene, con possibili ricadute sulla salute delle ossa, sul benessere generale e sulle condizioni a lungo termine. La ricerca, pubblicata sullo European Journal of Clinical Nutrition, ha messo sotto la lente soprattutto anziani e persone appartenenti a minoranze etniche. Una premessa va fatta subito, perché conta. Lo studio è stato finanziato da BetterYou Ltd., un’azienda che produce integratori di vitamina D. Un potenziale conflitto d’interesse c’è, inutile girarci intorno, anche se gli autori assicurano che lo sponsor non ha messo bocca nelle analisi.
Cosa ci dicono i numeri?
I test sono stati condotti tra dicembre 2024 e agosto 2025, coinvolgendo 299 persone: 168 over 65 e 147 maggiorenni appartenenti a minoranze etniche. I numeri parlano chiaro. Il 54,8% degli anziani e il 72,1% degli adulti di minoranza etnica presentava livelli insufficienti o carenti. E qui arriva il punto che ribalta certe convinzioni. Durante l’estate, quando l’esposizione al sole tocca il massimo, le carenze non venivano affatto colmate. Tra giugno e agosto oltre la metà degli anziani aveva ancora valori insufficienti. Nel gruppo delle minoranze etniche la situazione era persino peggiore, con una quota di persone in deficit mai scesa sotto il 64% in nessun mese, estivi compresi.
Questo va contro l’idea, sostenuta tra gli altri dal dermatologo Michael Holick della Boston University, secondo cui basterebbero pochi minuti al giorno di esposizione solare non protetta per garantire livelli adeguati. Una posizione che le principali società dermatologiche, come l’American Academy of Dermatology, respingono da tempo. La nuova ricerca sembra dare ragione a queste ultime: il sole d’estate, da solo, non basta.
Perché la vitamina D conta più di quanto si pensi
In Italia integrare la vitamina D nel primo anno di vita dei bambini è ormai una prassi consolidata, serve a prevenire il rachitismo. Ma questo micronutriente resta fondamentale anche da adulti. Tiene in salute le ossa, aiuta a tenere alla larga malattie come l’osteoporosi e dà una mano alle difese immunitarie. Insomma, non è una faccenda che riguarda solo i più piccoli. «Il messaggio è semplice ma importante: se appartieni a un gruppo ad alto rischio, non puoi presumere che passare più tempo all’aria aperta in estate risolva il problema», ha spiegato Bernard Corfe, uno degli autori dello studio. Parole che tolgono ogni alibi a chi contava sulle vacanze al mare per rimettersi in pari.
Certo, i limiti della ricerca esistono e vanno riconosciuti. Si tratta di uno studio osservazionale, non di un trial controllato pensato per verificare anche l’efficacia di un’eventuale integrazione. Detto questo, gli autori ritengono che per i gruppi più a rischio possa avere senso assumere integratori tutto l’anno, e non solo nei mesi freddi come spesso si fa. La stagionalità, in altre parole, non sarebbe la strategia giusta per chi parte già in deficit.
Guardando avanti, il team si è ripromesso di approfondire quali politiche sanitarie possano rispondere meglio alle esigenze delle diverse comunità. Perché il quadro emerso mostra differenze marcate tra i vari gruppi di popolazione, e un approccio unico rischia di lasciare indietro proprio chi avrebbe più bisogno di attenzione. La questione dei livelli di vitamina D, dunque, va ben oltre la semplice esposizione al sole e chiama in causa abitudini, fattori di rischio e scelte di prevenzione che meritano di essere prese sul serio.