Il primo fuoco acceso dai nostri antenati resta uno dei misteri più affascinanti dell’intera storia evolutiva, e forse adesso una parte di quel mistero comincia a sciogliersi. Per anni il controllo delle fiamme è stato considerato una conquista relativamente tarda, qualcosa che i nostri progenitori avrebbero imparato a gestire solo molto più avanti. Una nuova ricerca, però, ribalta questa convinzione e sposta indietro le lancette in modo piuttosto sorprendente.
Stando ai dati raccolti, i primi focolari domestici risalirebbero a circa 1,8 milioni di anni fa. Non si tratta di una correzione da poco: parliamo di una retrodatazione che anticipa di quasi 700000 anni le testimonianze fossili fino a oggi accettate dalla comunità scientifica. Un salto temporale che, se confermato, costringerebbe a riscrivere alcuni capitoli importanti sulla nostra evoluzione.
La grotta di Wonderwerk e i fossili che raccontano una storia diversa
Il cuore di questa indagine si trova in Sudafrica, dentro la celebre grotta di Wonderwerk, un sito che da decenni richiama studiosi da ogni parte del mondo per la quantità e la varietà di reperti custoditi. Stavolta i ricercatori del Museo Nazionale di Scienze Naturali di Madrid hanno preso in esame 161 fossili di piccoli mammiferi, recuperati a circa 30 metri di profondità, in strati di terreno che risalgono al Pleistocene inferiore.
Per analizzarli hanno utilizzato la luminescenza, una tecnica rapida e non distruttiva che stimola i resti ossei con una fonte di energia esterna, così da individuare le alterazioni molecolari provocate dal calore. I risultati ottenuti sono stati poi confrontati con ossa moderne e con reperti dell’età del bronzo, in modo da avere una conferma solida del processo di combustione, senza margini di dubbio.
C’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più curiosa. Quei fossili non appartengono a grandi prede cacciate dagli ominidi, ma a piccoli animali accumulatisi nel corso dei millenni. Si tratta in pratica di resti non digeriti e rigurgitati dai rapaci notturni, in particolare i barbagianni. Queste borre si erano depositate in punti precisi della grotta e mostrano segni di bruciatura ripetuti nel tempo. E proprio per la loro profondità, gli scienziati hanno potuto escludere incendi accidentali o naturali.
L’ipotesi che porta dritta all’Homo erectus
A rafforzare il quadro c’è un altro elemento decisivo. Accanto alle ossa bruciate sono emersi anche antichi strumenti in pietra, indizio che ha portato gli esperti a ipotizzare la presenza attiva dell’Homo erectus. Difficile pensare che questi nostri antichi cugini sapessero già accendere un falò da zero, ma molto probabilmente erano in grado di gestire e trasportare le fiamme dall’esterno verso l’interno della grotta.
L’idea è suggestiva: torce rudimentali usate per illuminare gli ambienti e scaldarsi, un gesto apparentemente semplice che però segna una tappa enorme. Saper controllare il fuoco, anche solo spostandolo da un punto all’altro, voleva dire difendersi dal freddo, allontanare i predatori, cucinare e, forse, iniziare a creare quei primi nuclei sociali che oggi diamo per scontati.
L’analisi condotta a Wonderwerk apre quindi una finestra inedita su un passato lontanissimo, in cui le abilità dei nostri progenitori sembrano essere state molto più avanzate di quanto immaginato. Gli strumenti in pietra ritrovati accanto alle ossa bruciate, insieme alla precisione delle analisi, raccontano di una capacità di gestione del fuoco che spinge sempre più indietro l’origine di una delle conquiste fondamentali della nostra specie.