La prima passeggiata spaziale della storia, oggi celebrata come una pietra miliare dell’esplorazione umana, fu in realtà a un soffio dal trasformarsi in catastrofe. Quel giorno di marzo del 1965, mentre il mondo applaudiva l’ennesima vittoria sovietica nella corsa allo spazio, qualcosa stava andando storto là fuori, nel vuoto cosmico, e quasi nessuno lo seppe per anni.
Quando il sogno rischiò di spegnersi nel vuoto
Il 18 marzo 1965 Alexei Leonov aprì il boccaporto del modulo gonfiabile Volga, agganciato alla navetta Voskhod 2, e fece quello che fino a quel momento nessun essere umano aveva mai osato: si lasciò andare nel vuoto cosmico. Il primo uomo a fluttuare nello spazio, sospeso sopra la Terra, legato alla navicella solo da un cordone. Un’immagine che ancora oggi fa una certa impressione a pensarci.
Dietro quell’impresa c’era una macchina enorme. L’ufficio di progettazione sovietico OKB-1, guidato dal progettista capo Sergei Korolev, aveva lavorato senza sosta per arrivare primo. Perché di questo si trattava, in fondo: arrivare prima della NASA. Era una gara, una competizione tecnologica serrata in cui ogni mese contava, ogni dettaglio poteva fare la differenza tra il trionfo e l’umiliazione davanti al mondo intero.
Korolev era l’uomo dietro le quinte, la mente che teneva insieme tutto. E quella passeggiata spaziale doveva essere l’ennesimo colpo da maestro dell’ingegneria sovietica, la dimostrazione che, nello spazio, Mosca sapeva muoversi un passo avanti rispetto agli americani.
Il difetto della tuta che cambiò tutto
Solo che, una volta fuori, le cose presero una piega imprevista. La tuta indossata da Leonov presentava un difetto che nessuno aveva calcolato fino in fondo. Nel vuoto, senza la pressione atmosferica a contrastarla, la tuta cominciò a gonfiarsi oltre il previsto, irrigidendosi al punto da diventare quasi una prigione rigida intorno al corpo del cosmonauta.
Il risultato fu che rientrare nel modulo Volga diventò un’impresa quasi disperata. Il boccaporto era stretto, la tuta troppo gonfia, e ogni movimento richiedeva uno sforzo enorme. Quella che doveva essere un’uscita ordinata e controllata si trasformò in una lotta contro il tempo e contro l’attrezzatura stessa, lassù dove un errore non lascia margini.
Tutto questo, mentre a terra la propaganda raccontava una storia diversa, fatta di successi puliti e di tecnologia infallibile. Il dramma vero, quello vissuto da Leonov in quei minuti, restò a lungo nascosto sotto la superficie ufficiale della grande vittoria sovietica. Una pagina che, per ragioni evidenti, non si voleva far conoscere al pubblico.