Per anni la lotta contro il cancro al pancreas è sembrata una battaglia persa in partenza, con percentuali di sopravvivenza che lasciavano poco spazio alla speranza. Ora qualcosa è cambiato davvero: un nuovo farmaco chiamato daraxonrasib è riuscito a colpire un bersaglio che gli scienziati avevano a lungo definito “intrattabile”, arrivando quasi a raddoppiare la sopravvivenza dei pazienti con malattia avanzata. Un risultato che, fino a poco tempo fa, in molti ritenevano semplicemente fuori portata.
Per capire la portata della notizia basta guardare i numeri del passato. Tra i pazienti con diagnosi di cancro al pancreas metastatico ricevuta tra il 2015 e il 2021, circa il 97% non è sopravvissuto oltre i cinque anni. La ragione di questa aggressività è duplice: non esistono test di screening efficaci e la malattia, nelle fasi iniziali, raramente dà segnali evidenti. Quando compaiono i primi sintomi, come l’ittero (quel caratteristico ingiallimento della pelle) o il dolore addominale, spesso il tumore ha già invaso altri organi. E i trattamenti standard, basati sulla chemioterapia, agiscono più come strumenti grezzi che come bisturi di precisione, danneggiando anche i tessuti sani.
Perché il bersaglio era considerato impossibile
Il segreto della pericolosità di questo tumore sta nella sua genetica. Oltre il 90% delle masse pancreatiche è alimentato da mutazioni in un gene chiamato KRAS, che codifica proteine funzionanti come interruttori per accendere e spegnere la crescita cellulare. Quando il gene muta, l’interruttore resta bloccato in posizione “acceso”, ordinando alle cellule tumorali di moltiplicarsi senza sosta. Per decenni la proteina KRAS è stata giudicata impossibile da colpire: la sua superficie è eccezionalmente liscia e priva di quelle tasche molecolari a cui i farmaci tradizionali devono agganciarsi per spegnere l’interruttore.
Ecco perché, in mancanza di alternative mirate, la cura si è affidata così a lungo a farmaci tossici. La chemioterapia prova a controllare la malattia attraverso una distruzione cellulare diffusa, con tutti gli effetti collaterali che ne derivano. Il daraxonrasib cambia completamente approccio. Si assume per via orale, una volta al giorno, e invece di legarsi direttamente a KRAS si aggancia a una molecola chiamata ciclofilina A, che aiuta le proteine ad assumere la loro struttura tridimensionale finale. Questo complesso riesce poi a bloccare la proteina KRAS attiva, impedendole di dare l’ordine di proliferazione alle cellule.
I numeri dello studio e i prossimi passi
La società che sviluppa il farmaco, Revolution Medicines, ha presentato il 31 maggio 2026 i risultati dello studio clinico di Fase 3, condotto su 500 pazienti con cancro al pancreas metastatico già sottoposti a trattamenti precedenti. Rispetto alla chemioterapia standard, il daraxonrasib ha quasi raddoppiato la sopravvivenza complessiva, passando da 6,7 a 13,2 mesi dalla diagnosi. In termini concreti, il rischio di morte si è ridotto del 60%.
Non mancano gli effetti indesiderati. Il più frequente è una vistosa eruzione cutanea, che ha interessato oltre l’86% dei partecipanti. Si sono presentati anche stomatite (gonfiore doloroso e piaghe all’interno della bocca), diarrea, nausea e vomito. Eppure i pazienti trattati con il daraxonrasib hanno abbandonato la terapia per effetti gravi molto meno spesso rispetto a chi seguiva la chemioterapia, registrando una migliore qualità di vita e meno dolore.