Ferrari Luce ha fatto rumore, parecchio, e non solo tra gli appassionati di motori. La prima elettrica nella storia di Maranello ha scatenato un putiferio di commenti che continuano a rimbalzare ovunque, online e non. Una berlina elettrica da 550.000 euro, presentata in grande stile prima al Quirinale e poi a Castel Gandolfo, che ha pagato cara la sua comparsa: il giorno dopo il debutto il titolo in borsa ha lasciato sul terreno l’8%, oltre a raccogliere una marea di stroncature.
Il nodo, però, non è soltanto il prezzo, già alto persino per gli standard del marchio. È l’identità della vettura che in molti faticano a ricondurre a Maranello. Luca Cordero di Montezemolo, che quella casa la conosce bene, ha avvertito che “si rischia la distruzione di un mito”. Carlo Calenda ha parlato di “insulto estetico e tecnologico”, cogliendo l’occasione per attaccare Elkann e la gestione degli asset di famiglia. E poi Matteo Salvini, nelle vesti di Ministro dei Trasporti, che ha messo bocca pure lui: giudizio negativo, con tanto di richiamo a Enzo Ferrari. Segno che sulla Luce ormai si può dire tutto.
Al di là delle opinioni, resta una macchina radicalmente diversa dalle precedenti. Pesa fino a una tonnellata in più rispetto ai modelli ibridi, monta quattro motori elettrici, uno per ruota, ed è omologata per cinque persone. Lo scatto 0-100 km/h in 2,5 secondi è impressionante, e l’accelerazione istantanea ha richiesto persino consulenze con la NASA per non risultare fisicamente sgradevole. Il suono viene amplificato ed equalizzato elettronicamente, soluzione che però non colma la distanza con l’esperienza di guida tradizionale.
La parola ai designer
Un prodotto divisivo, di quelli che spaccano. Per questo la voce di chi disegna auto per mestiere conta più di tante altre. Maurizio Corbi, car designer con oltre trent’anni alle spalle, formatosi alla Bertone e poi al Centro Stile Pininfarina, ha qualche dubbio sull’operazione: “Mi viene il sospetto che sia una potente manovra di marketing. Hanno letteralmente buttato un macigno in uno stagno e non si parla d’altro. A memoria non ricordo niente di simile”.
“Il mondo dell’automobile segue un filo sottile, è un continuo evolversi, ma serve sempre una cultura sedimentata nel tempo. Ferrari, per le auto stradali, significa Pininfarina. I più grandi capolavori del marchio portano quella firma. Flavio Manzoni, l’attuale direttore del design, ha saputo innovare strizzando l’occhio alla tradizione. Temo che anche lui abbia subito questo progetto, troppo avulso dal percorso degli ultimi anni”.
Sulle critiche formali, le superfici piatte e prive di emozione, Corbi è netto: “È evidente che si tratti di un prodotto disegnato non da un car designer ma da un product designer. Questo signore veniva da Apple ed è abituato a progettare oggetti di quel tipo. Un bravo industrial designer non sa disegnare un’automobile, è un altro mestiere. Il coinvolgimento di Jony Ive e Marc Newson sembra quasi una scelta di arroganza senza limiti. Ho amici americani, proprietari di Ferrari iscritti al Ferrari Club of America, persone innamorate del marchio, che sono sconvolti”.
Questione di identità
Arrivando al punto, Corbi non gira intorno: “Dal punto di vista dell’oggetto non c’è innovazione. Ferrari ha disegnato una saponetta per famiglie, la negazione di tutto ciò che è una Ferrari. Poi quelle ruotine. Noi car designer volevamo ruote sempre più grandi, forme sempre più affilate. Qui siamo tornati all’auto del nonno”. Sul possibile cambio di rotta dell’intera gamma non si sbilancia ma non esclude nulla: “Probabilmente intendono creare una linea elettrica con una propria filosofia. Ma chi compra una Ferrari è un cliente fidelizzato, maturo, con grande capacità economica. È inutile fingere che cambi aspettative solo perché c’è un cavallino sul frontale”.
Un’altra prospettiva arriva da Alessandro Cipolli, car designer con oltre vent’anni di esperienza, specializzato in interior, exterior e modellazione 3D. Per lui il problema non è l’esecuzione ma la sensazione: “Che Ferrari entrasse nell’elettrico era giusto e inevitabile. La tecnologia della Luce è un capolavoro, sono avanti rispetto a tutti. Sul design è più complicato. L’esterno è disegnato bene, pulito, proporzionato. Ma non è una Ferrari. Manca quella tensione, quel carattere. L’interno parla Apple, non Ferrari. Togli il logo e non sai dove sei. Quest’auto non emoziona”.
Quando il design migliora la vita
Di tutt’altro avviso Carlo Gaino, designer, fondatore di Synthesis design e docente al Politecnico di Torino, che smonta senza giri di parole le scelte estetiche. “È l’esempio classico di cosa succede quando chiami persone che ignorano la storia dell’automobile a disegnare uno dei marchi più iconici che esistano. Se vuoi distruggere un marchio, come ha detto Montezemolo, fai così”.
Poi allarga il discorso: “Siamo in un momento in cui la cultura è sotto attacco. Chi ha competenze reali viene sistematicamente messo da parte. La Tesla è figlia dell’intelligenza artificiale e si vede lontano un miglio. Mettere il design in mano a quegli strumenti è un errore enorme. Quelle soluzioni formali circolavano già negli anni Ottanta e Novanta, soprattutto nel design giapponese. Sono scelte da principiante, non di chi ha studiato la storia della carrozzeria. Questo Paese è cresciuto negli anni Cinquanta e Sessanta grazie a figure come Olivetti. C’è ancora chi crede che il design possa migliorare la vita delle persone. Ma è diventato quasi fuori moda”.