Per mesi Spotify ha combattuto una guerra silenziosa contro la musica generata con intelligenza artificiale, rimuovendo milioni di tracce dalla piattaforma e inasprendo i filtri contro i contenuti sintetici fraudolenti. Eppure, qualcosa è cambiato radicalmente. Durante un incontro con gli investitori lo scorso 21 maggio, la piattaforma di streaming musicale più grande al mondo ha fatto capire che la sua priorità non è più bloccare l’IA nella musica, ma trovare il modo di guadagnarci sopra.
I numeri parlano chiaro. A settembre 2025, Spotify aveva rivelato di aver rimosso oltre 75 milioni di tracce fraudolente nei dodici mesi precedenti. Si trattava di caricamenti massivi pensati per rubare royalties, cloni vocali non autorizzati e contenuti che gli stessi dirigenti dell’azienda definivano spazzatura digitale. Un problema enorme, che non riguardava solo Spotify. Deezer, per fare un esempio, aveva rilevato più di 30.000 tracce IA caricate ogni giorno, con il 77% delle riproduzioni risultate fraudolente. Appena qualche settimana prima dell’incontro con gli investitori, il 30 aprile, Spotify aveva anche lanciato il bollino “Verified by Spotify”, una sorta di marchio di verifica pensato per distinguere gli artisti umani da quelli artificiali. Per ottenerlo, i musicisti devono dimostrare attività autentica, avere profili social collegati e concerti in programma. Una misura che, va detto, non offre garanzie assolute, visto il successo crescente della musica sintetica anche sui social.
Spotify: l’accordo con Universal Music Group e il tier Music Pro
La vera svolta è arrivata con l’annuncio di un accordo di licenza con Universal Music Group, la più grande etichetta discografica del mondo. In pratica, gli abbonati a Spotify Premium potranno creare cover e remix tramite IA generativa delle canzoni degli artisti che aderiranno volontariamente al programma. Lo strumento sarà disponibile come supplemento a pagamento rispetto all’abbonamento standard. Si sapeva già che Spotify stava valutando un livello aggiuntivo chiamato “Music Pro”, con un costo stimato intorno ai 5,50 euro al mese.
Il co-CEO Alex Norström ha descritto il potenziale dello strumento in modo piuttosto eloquente, spiegando che con questa funzione una singola canzone potrebbe trasformarsi in 10.000 canzoni diverse. L’accordo prevede un modello di condivisione dei ricavi con gli artisti coinvolti, e la partecipazione sarà su base del tutto volontaria. Non è una novità assoluta: si sapeva che Spotify stava lavorando a prodotti legati all’IA con Universal, Sony, Warner, Merlin e Believe. Ma il quadro adesso è molto più concreto. Universal aveva già concesso licenze del proprio catalogo a piattaforme IA più piccole come Udio, Klay Vision e Stability AI. Qui però si parla di una scala completamente diversa. 761 milioni di utenti attivi al mese e 293 milioni di abbonati paganti.
La tensione nel settore musicale e il cambio di rotta di Spotify
In un’intervista, Norström ha chiarito la filosofia dietro questa mossa. Di fronte a strumenti che già permettono di manipolare canzoni senza alcun permesso, Spotify vuole posizionarsi come l’opzione legale e controllata. Il mercato della musica sintetica esiste già, secondo Norström, e provare a fermarlo sarebbe inutile. Meglio regolarlo dall’interno, con accordi tra etichette e piattaforme, trasformandolo in una fonte di guadagno per tutti gli attori coinvolti.
L’annuncio arriva in un momento di forte tensione nel settore. Il 13 maggio, una settimana prima della riunione con gli investitori, il celebre produttore Jack Antonoff (che ha lavorato con Taylor Swift, Lorde e Lana Del Rey) si era espresso pubblicamente su Instagram contro chi usa l’IA per fare musica. Norström ha riconosciuto che esiste “una certa negatività” nei confronti dell’intelligenza artificiale applicata alla musica, definendola “ragionevole”, ma attribuendola a un uso “mal orientato” della tecnologia.
Il punto è che Spotify ha passato mesi a sostenere che il problema dell’IA nella musica fosse il frode, lo spam e la contraffazione. Ora annuncia che quello stesso contenuto sintetico, se controllato e monetizzabile, può diventare qualcosa di desiderabile. La piattaforma, d’altronde, ha costruito negli anni un modello algoritmico che incentiva un ascolto basato sullo stato d’animo più che sull’identità dell’artista. Il terreno perfetto per la musica sintetica. Mancava solo il pezzo della monetizzazione.