Il numero di giorni ideali per gli incendi è quasi triplicato nell’arco degli ultimi 45 anni, e questo dato da solo racconta molto di come stia cambiando il pianeta. Non si tratta di allarmismo, ma di una tendenza documentata da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, che mostra come le condizioni perfette per il divampare di roghi estremi siano diventate drammaticamente più frequenti, con un’accelerazione particolarmente marcata nelle Americhe.
Vento sostenuto, siccità prolungata, temperature anomale, pendii che incanalano il calore: quando questi fattori si allineano, si creano quelli che vengono chiamati fire-prone days, giornate in cui la sincronia tra condizioni climatiche e chimiche trasforma il paesaggio in combustibile pronto a prendere fuoco. Se tra il 1979 e i quindici anni successivi la media di queste giornate si attestava intorno a 22 per anno in vaste regioni del mondo, nel 2023 e nel 2024 si è superata quota 60. Un salto enorme, che non lascia molto spazio all’interpretazione.
Perché non basta il caldo a spiegare gli incendi
La temperatura è il fattore che domina quasi sempre il racconto pubblico sugli incendi, ma ridurre tutto al caldo è fuorviante. Come spiega Paolo Fiorucci, direttore di ricerca del programma “Biodiversità e resilienza: il legame emergente” di Fondazione Cima, centro di competenza e struttura operativa nazionale della Protezione civile, un incendio dipende dall’esistenza di un fuoco che riesce a propagarsi alla vegetazione circostante. La propagazione è legata alle condizioni meteorologiche locali, alla loro persistenza: vento in condizioni di bassa umidità dell’aria, su ampi territori, per una o più giornate consecutive, può rendere la diffusione del fuoco rapida e praticamente incontrollabile.
Il 2025 è stato il terzo anno più caldo di sempre, con temperature superiori di oltre 1,5°C rispetto al livello preindustriale. Un nuovo studio della Fao e dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) ha sottolineato come il calore estremo porti caos negli equilibri degli ecosistemi, aumentando il rischio di incendi boschivi. Ma contano anche l’umidità della vegetazione, la durata dei periodi senza piogge, la struttura del paesaggio e la continuità del combustibile, quasi come se il territorio accumulasse giorno dopo giorno gli ingredienti necessari per bruciare.
Dalla black summer australiana ai roghi di Pedrógão Grande in Portogallo nel 2017, fino al devastante incendio di Fort McMurray in Canada, raccontato dal giornalista John Vaillant nel suo libro “L’Età del Fuoco”, questi mega incendi sono fenomeni di soglia. Fiorucci lo ribadisce con chiarezza: le dinamiche non sono esclusivamente legate all’aumento delle temperature, ma anche all’incapacità di pianificare e di prevedere l’impatto che la gestione del territorio può avere sul lungo periodo. Gli incendi boschivi integrano dinamiche sociali, politiche ed economiche, e unire tutte queste competenze rappresenta una delle sfide scientifiche più interessanti.
La prevenzione come unica vera arma
Nel 2025, in Europa, gli incendi hanno ridotto in cenere più di un milione di ettari di boschi, una superficie paragonabile a quella dell’Abruzzo. Gli ettari bruciati raddoppiano se si aggiungono le foreste di Asia occidentale e Nordafrica. Notizie di grandi roghi arrivano anche dall’Australia, dall’Amazzonia e da altre zone del mondo dove la vegetazione smette di essere semplice sfondo e acquista una rilevanza nuova.
Nonostante tutto, la superficie forestale europea continua ad ampliarsi. Ma questo rende ancora più urgente dotarsi di sistemi di gestione e prevenzione adeguati. Strumenti come il Sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi (Effis) offrono dati storici e predittivi, affiancati da progetti per la previsione meteorologica come Ofidia. Le condizioni di rischio, spiega Fiorucci, oltre a essere misurabili dalle stazioni a terra possono anche essere previste con un buon livello di affidabilità, permettendo alle strutture competenti di organizzarsi per tempo.
Anche il programma europeo Copernicus gioca un ruolo fondamentale, utilizzando satelliti e modelli per tracciare focolai attivi, anomalie termiche e condizioni di rischio. Attraverso il Copernicus Atmosphere Monitoring Service è possibile analizzare le emissioni e la diffusione del fumo, offrendo un quadro più ampio dell’impatto e dell’evoluzione degli incendi. Però, come nessun singolo elemento basta a innescare un rogo, nemmeno questi strumenti da soli sono sufficienti
Il nodo resta la prevenzione e gli investimenti dedicati ad agire prima che le criticità si manifestino, quando intervenire costa meno della risposta emergenziale. La Corte dei conti europea è stata piuttosto netta su questo punto: non sempre gli Stati membri gestiscono i fondi in maniera efficace, utilizzandoli spesso senza consultare le autorità territoriali competenti.
