La privacy digitale è diventata una faccenda seria, molto più di quanto la maggior parte delle persone immagini. Con 16 milioni di italiani che utilizzano almeno un’app quotidianamente e 94 milioni di data breach registrati ogni quadrimestre nel 2025, il tema delle app più affamate di dati in Italia non può più essere ignorato. Eppure, quanti utenti si fermano davvero a riflettere su cosa succede ai propri dati ogni volta che si apre un social, si ordina cibo a domicilio o si prenota un hotel?
Le app che raccolgono più dati personali in Italia
Un’analisi condotta da Truffa.net ha messo in luce quali applicazioni raccolgono e condividono la quantità maggiore di dati personali degli utenti. E i risultati, purtroppo, non sorprendono poi così tanto. A dominare la classifica delle app più affamate di dati ci sono Facebook e Instagram, due piattaforme che praticamente tutti hanno installato sullo smartphone. Sono proprio queste le applicazioni che, più di qualsiasi altra, aspirano informazioni su abitudini, preferenze, contatti, posizione e molto altro ancora.
Il punto è che spesso si accettano le condizioni d’uso senza nemmeno scorrere la prima riga. Si preme “accetta” e via, si va avanti. Ma dietro quel pulsante c’è un meccanismo enorme di raccolta dati che alimenta pubblicità mirate, profilazione commerciale e, nei casi peggiori, finisce nel calderone dei data breach. Facebook e Instagram, essendo di proprietà di Meta, operano all’interno di un ecosistema che per sua natura vive di dati. Più informazioni raccolgono, più il modello di business funziona. Questo non è un segreto, ma vederlo nero su bianco, con i numeri di un’analisi dedicata, fa comunque un certo effetto.
Non solo social: anche le app di servizi sotto la lente
La questione non riguarda esclusivamente i social network. Anche applicazioni legate a servizi molto comuni rientrano tra le app più affamate di dati. Basta pensare a piattaforme come Uber Eats per la consegna di cibo o Booking per le prenotazioni di hotel. Ogni volta che si effettua un ordine o si cerca una stanza, queste app accedono a una quantità significativa di informazioni personali: dalla posizione geografica ai metodi di pagamento, passando per cronologia delle ricerche e abitudini di consumo.
Il problema vero è la consapevolezza. La maggior parte degli utenti non ha idea della mole di dati che viene condivisa, né di quante terze parti possano avere accesso a quelle informazioni. E quando si parla di 94 milioni di data breach in un solo quadrimestre, il quadro diventa piuttosto chiaro: non si tratta di un rischio teorico, ma di qualcosa che sta già accadendo su scala enorme.
Per chi tiene alla propria privacy digitale, il consiglio più pratico resta quello di controllare periodicamente le autorizzazioni concesse alle app installate sul proprio dispositivo. Molte applicazioni chiedono permessi che non sono strettamente necessari al loro funzionamento, e revocarli può fare una differenza concreta. Anche solo sapere quali sono le app più affamate di dati rappresenta già un primo passo importante, perché permette di fare scelte più informate su cosa installare e, soprattutto, su cosa condividere. Secondo l’analisi di Truffa.net, Facebook e Instagram restano in cima alla classifica delle applicazioni che raccolgono e condividono il maggior numero di dati personali degli utenti italiani.
