La storia del grande alca è una di quelle vicende che, a distanza di quasi due secoli, continua a lasciare un senso di amarezza profonda. Parliamo di un uccello incapace di volare, dall’aspetto incredibilmente simile a quello di un pinguino, anche se in realtà non aveva alcun legame di parentela con i pinguini che conosciamo oggi. Eppure, proprio quell’aspetto buffo e goffo sulla terraferma non bastò a salvarlo. Anzi, fu probabilmente una delle ragioni per cui venne braccato con tanta facilità.
Il grande alca viveva lungo le coste del Nord Atlantico, e non era certo una specie rara. Tutt’altro. Si parla di milioni di esemplari che popolavano quelle acque fredde, nidificando su isole rocciose e scogli battuti dal vento. Una presenza massiccia, quasi impossibile da ignorare per chiunque navigasse in quelle zone. Eppure, nel giro di meno di un secolo, questa popolazione sterminata venne ridotta a zero. Letteralmente.
Come la caccia e il collezionismo hanno condannato il grande alca
La fine del grande alca non fu un evento improvviso, ma il risultato di una pressione costante e spietata. La caccia fu il primo e più devastante fattore. Marinai, pescatori e coloni vedevano in questo uccello una risorsa facile da sfruttare. Non potendo volare, il grande alca era una preda praticamente indifesa sulla terraferma. Veniva catturato in massa per la carne, per le uova, per il grasso e per le piume. Un massacro sistematico che andò avanti per generazioni, senza che nessuno si ponesse il problema di quanti esemplari rimanessero.
Quando i numeri cominciarono a calare in modo drammatico, entrò in gioco un altro elemento che suona quasi grottesco: il collezionismo. Man mano che il grande alca diventava più raro, le sue uova e le sue pelli acquisivano un valore enorme sul mercato dei collezionisti e dei musei di storia naturale. Paradossalmente, più la specie si avvicinava al baratro, più la domanda cresceva. Un meccanismo perverso che accelerò ulteriormente il percorso verso l’estinzione.
Il 1844 e la scomparsa definitiva di una specie
Fu nel 1844 che il grande alca venne dichiarato ufficialmente estinto. Gli ultimi due esemplari conosciuti vennero uccisi su un isolotto al largo dell’Islanda, e con loro scomparve anche l’ultimo uovo. Una fine che ha qualcosa di simbolico, quasi cinematografico nella sua crudeltà. Nel XIX secolo l’umanità cancellò numerose specie animali dalla faccia della Terra, ma poche storie risultano così emblematiche e così dolorose come quella di questo uccello.
Il grande alca rappresenta uno dei primi casi documentati in cui l’intervento umano diretto portò alla completa scomparsa di una specie che, fino a pochi decenni prima, era presente in numeri enormi. Non si trattò di un cambiamento climatico, né di una catastrofe naturale. Fu semplicemente la combinazione di avidità, indifferenza e mancanza totale di qualsiasi forma di protezione. Quello che rende la vicenda ancora più amara è che il grande alca non era un animale misterioso o nascosto in qualche angolo remoto del pianeta. Era conosciuto, visibile, abbondante. E nonostante questo, nessuno mosse un dito per impedirne la scomparsa. Gli ultimi esemplari vennero uccisi nel 1844 su commissione, per finire nelle teche di qualche collezione privata.
