Il foodtech europeo sta attraversando una fase completamente diversa rispetto a quella vissuta tra il 2021 e il 2022, quando i capitali sembravano non finire mai. Secondo il rapporto di DigitalFoodLab sullo stato dell’ecosistema nel 2026, le startup europee del settore hanno raccolto 3 miliardi di euro nel 2025, segnando un calo del 25% rispetto all’anno precedente. Numeri che raccontano una fase di raffreddamento, certo, ma anche di maturazione. Matthieu Vincent, co-fondatore di DigitalFoodLab, parla di una sorta di scollamento tra ciò che gli investitori si aspettano, ovvero scalabilità rapida, e la realtà dei fatti: servono dai 5 ai 10 anni di ricerca prima che un prodotto arrivi davvero sul mercato.
Eppure c’è un dato che fa riflettere in positivo. Storicamente, le aziende alimentari investono una fetta minuscola del proprio fatturato in ricerca e sviluppo, molto meno di quanto accada in altri settori. Questo significa che l’innovazione nel food, nella maggior parte dei casi, è incrementale e non richiede finanziamenti enormi. Con molte tecnologie che stanno finalmente maturando, Vincent prevede il loro ingresso sul mercato nei prossimi 12/18 mesi, il che potrebbe innescare una nuova ondata di investimenti. Da segnalare anche che i finanziamenti in fase iniziale sono rimasti relativamente stabili, con l’Europa che rappresenta oggi il 28% degli investimenti globali nel foodtech. Un segnale che Vincent definisce molto positivo, soprattutto in un ecosistema complessivamente depresso.
Le regolamentazioni frenano ma non fermano le startup del cibo del futuro
Il quadro normativo europeo sui Novel Foods continua a rallentare lo sviluppo commerciale di molte startup, sia nel comparto agricolo (robotica, bio-input) sia in ambiti come la fermentazione di precisione e l’agricoltura cellulare. Se confrontato con mercati come Stati Uniti e Singapore, il contesto europeo appare ancora troppo rigido. E così molte startup europee scelgono di ottenere prima l’approvazione regolatoria altrove, per validare la domanda e scalare commercialmente, con l’idea di tornare poi in Europa. Vincent lo dice chiaramente: l’obiettivo è testare il mercato fuori, per poi rientrare quando arriva il via libera. Però va anche detto che oggi una fetta molto ampia delle startup focalizzate su nuovi ingredienti ha base proprio in Europa, non negli Stati Uniti o in Israele.
Quindi la regolamentazione è una sfida, non una barriera insormontabile. Un caso emblematico è stato quello di Meatable, che a dicembre dell’anno scorso ha annunciato la propria dissoluzione per l’impossibilità di ottenere ulteriori finanziamenti. Meatable era stata, ad aprile 2024, la prima azienda nell’Unione Europea a ricevere l’approvazione regolatoria dell’EFSA per una degustazione pubblica di carne coltivata. Segnale opposto arriva invece da Meatly, pioniera europea della carne coltivata per pet food, che a maggio di quest’anno ha raccolto circa 12,3 milioni di euro in un round di Serie A. E in Francia, Standing Ovation, attiva nella fermentazione di precisione per proteine del latte, ha chiuso ad aprile un round di Serie B da 30 milioni di euro, di cui 25 milioni in equity.
Agritech e produttori alimentari guidano la nuova fase del foodtech europeo
Il comparto agritech sta reggendo il settore, soprattutto nei paesi nordici, grazie alla crescita dei finanziamenti nell’acquacoltura. L’Europa importa grandi quantità di pesce da altre aree del mondo e il consumo è in aumento, spiega Vincent. Il rapporto evidenzia anche buone performance nella robotica agricola, ma, ancora una volta, le sfide normative (e le dimensioni delle aziende agricole europee) spingono molte imprese a spostarsi negli Stati Uniti per la commercializzazione. Un problema che secondo Vincent andrebbe affrontato a livello europeo.
Molte startup nate per supportare la verifica dei crediti di carbonio tramite immagini satellitari hanno faticato a trovare clienti, ma la crescita dei budget per la difesa sta aprendo nuove opportunità commerciali, e l’agricoltura potrebbe beneficiarne indirettamente. Sul fronte della distribuzione, la startup olandese Picnic ha chiuso il più grande deal del 2025 con una raccolta da 400 milioni di euro, riuscendo dove competitor come Gorillas, Getir e Jiffy hanno fallito. Il segreto? Prezzi competitivi e accessibilità.
Vincent sottolinea come aziende come Picnic e Rohlik Group abbiano puntato sulla convenienza reale, non sulla semplice comodità del servizio rapido. In un contesto segnato dall’inflazione e dalla crescente sensibilità al prezzo da parte dei consumatori, il modello centrato sull’accessibilità funziona molto meglio. Anche l’industria alimentare si sta muovendo: l’interesse delle aziende verso le startup resta forte, con i produttori alimentari in prima fila rispetto ai retailer. Fanno eccezione casi come REWE Group in Germania, che ha adottato un approccio più attivo. Un esempio interessante è quello di Nosh.bio, che ha lanciato pubblicamente il suo macinato ibrido a base di Koji attraverso una partnership con una mensa aziendale a Berlino, collaborando direttamente con i produttori alimentari per superare le sfide di gusto, consistenza e prezzo nei prodotti vegetali e ibridi.
