L’ex CEO di Google Eric Schmidt è salito sul palco dell’Università dell’Arizona venerdì scorso per tenere il tradizionale discorso di laurea davanti a migliaia di studenti. Quello che doveva essere un momento solenne si è trasformato in una vera e propria contestazione, perché quando Schmidt ha iniziato a parlare di intelligenza artificiale, la platea lo ha sommerso di fischi e disapprovazione. E a pensarci bene, non è poi così strano: parliamo di ragazzi che stanno per entrare in un mercato del lavoro sempre più incerto, e sentirsi fare la predica sulle meraviglie dell’AI da chi quell’industria l’ha contribuita a costruire non è esattamente il massimo della sensibilità.
La scena è stata piuttosto eloquente. Ogni volta che il discorso virava verso le potenzialità e il futuro dell’AI, dal pubblico partivano ondate di boo che coprivano la voce di Schmidt. L’argomento dell’intelligenza artificiale è già di per sé divisivo nel dibattito pubblico, ma evidentemente lo diventa ancora di più quando chi ascolta è una generazione che si sente raccontare un futuro luminoso mentre guarda con preoccupazione concreta alle proprie prospettive professionali.
AI e Schmidt: riconosciuto le paure ma non convince la platea
Va detto che Schmidt non ha ignorato del tutto il malessere presente in sala. Ha riconosciuto apertamente che le paure dei giovani sono fondate, definendole “razionali”. Ha elencato lui stesso i timori più diffusi: le macchine che avanzano, i posti di lavoro che evaporano, il clima che si rompe, la politica fratturata e, soprattutto, la consapevolezza di ereditare un disastro che nessuno di quei ragazzi ha contribuito a creare. Parole che, sulla carta, avrebbero potuto suonare empatiche. Ma evidentemente non sono bastate a placare l’atmosfera.
Perché il punto è proprio questo. Riconoscere un problema e poi continuare a fare da cheerleader per la stessa tecnologia che alimenta quelle paure non è esattamente una strategia comunicativa vincente. La frustrazione di Schmidt per le reazioni del pubblico era visibile, ma altrettanto visibile era quella degli studenti che si preparano ad affrontare un mondo del lavoro dove l’intelligenza artificiale sta già ridisegnando interi settori.
Un segnale che il mondo accademico non può ignorare
Quello che è successo all’Università dell’Arizona non è un episodio isolato. Il tema dell’intelligenza artificiale genera reazioni forti soprattutto tra i più giovani, quelli che dovrebbero essere i primi beneficiari dell’innovazione tecnologica ma che invece si ritrovano a fare i conti con un’incertezza crescente. Il fatto che una platea di neolaureati abbia scelto di contestare apertamente uno dei nomi più importanti della Silicon Valley durante una cerimonia ufficiale racconta molto del clima che si respira.
Eric Schmidt resta una figura di peso nel mondo tech, e il suo ruolo come ex capo di Google gli garantisce palchi prestigiosi. Ma episodi come quello di venerdì mostrano che il pubblico, soprattutto quello giovane, non è più disposto ad ascoltare passivamente messaggi ottimistici sull’AI senza che vengano affrontate in modo serio le conseguenze concrete sulla vita delle persone. I fischi degli studenti dell’Università dell’Arizona, in fondo, erano anche questo. Una richiesta di onestà che andasse oltre le formule di rito dei discorsi di laurea.
