Chi ha vissuto in una grande città europea negli ultimi dieci anni se lo ricorda bene, i monopattini elettrici condivisi erano ovunque. Parcheggiati bene, parcheggiati male, abbandonati sui marciapiedi come ostacoli di una gara a ostacoli urbana. Sembravano il futuro della mobilità, e invece oggi di quel fenomeno non è rimasto quasi nulla. Uno studio condotto da due docenti dell’Universidad Pontificia Comillas, Andrés Camacho Donezar (professore di strategia aziendale e modelli di business) e Carmen Valor Martínez (ricercatrice presso la facoltà di Scienze Economiche), ha analizzato l’evoluzione di 10 operatori del settore della micromobilità condivisa in Spagna. Un mercato che per dinamiche e tempistiche ha ricalcato quasi perfettamente quanto accaduto anche in altre grandi città europee. Le conclusioni aiutano a capire come un modello di business apparentemente perfetto si sia sgonfiato nel giro di pochi anni.
Alla fine del decennio scorso, le città spagnole si erano riempite di operatori privati che mettevano in strada monopattini elettrici, biciclette e auto in condivisione con la formula del pagamento a consumo. Il tutto in un contesto che sembrava ideale. Le zone a basse emissioni stavano prendendo piede (Madrid Central partì alla fine del 2018, Barcellona seguì nel 2019 con restrizioni estese a tutta l’area metropolitana), i giovani mostravano sempre meno interesse per l’auto di proprietà, e la combinazione trasporto pubblico più micromobilità elettrica sembrava la risposta perfetta per una mobilità urbana più sostenibile e porta a porta.
Monopattini elettrici: vandalismo, costi e proteste
Lo studio evidenzia che la micromobilità condivisa aveva tre vantaggi evidenti sulla carta. Era accessibile economicamente alla stragrande maggioranza dei cittadini, favoriva l’equità sociale rendendo la mobilità disponibile a tutte le fasce di reddito, ed era potenzialmente benefica per l’ambiente perché avrebbe dovuto ridurre traffico ed emissioni inquinanti. Queste premesse avevano spalancato le porte a un numero enorme di operatori. Il caso più emblematico è stato quello di Madrid, che ad un certo punto aveva fino a 18 aziende in competizione tra loro e una normativa che permetteva di avere fino a 10.000 monopattini elettrici in strada. Dopo vari tentativi di regolamentazione e la riduzione delle concessioni a sole tre imprese, nel 2024 la città li ha vietati del tutto.
Lo schema si è ripetuto anche a Barcellona, Saragozza e Siviglia. Ovunque lo stesso copione. Le aziende private cercavano di conquistare utenti, i residenti si dividevano tra chi apprezzava il servizio e chi lo trovava insopportabile, e alla fine le amministrazioni comunali hanno finito per dire basta. I motivi sono stati quasi sempre gli stessi. Il vandalismo, gli alti costi di raccolta dei veicoli e le riparazioni continue hanno reso il business insostenibile dal punto di vista economico. Dalla fase espansiva iniziale, in cui si cercava di coprire il territorio più ampio possibile, si è passati a una progressiva frammentazione che ha chiuso il cerchio.
A tutto questo va aggiunta la pressione dei cittadini. Già nel 2018 si moltiplicavano le segnalazioni di marciapiedi invasi dai monopattini condivisi, parcheggiati senza alcun criterio per mancanza di civismo e per un controllo insufficiente da parte delle aziende. Le proteste dei pedoni hanno spinto le amministrazioni a imporre restrizioni sempre più severe. A Madrid, per esempio, si è passati dal modello “porta a porta” alle cosiddette stazioni virtuali: gli utenti potevano prelevare o parcheggiare un monopattino solo in spazi delimitati e geolocalizzati. Una soluzione che nella pratica ha eliminato il vantaggio principale del servizio, quello di coprire il famoso “ultimo miglio”.
Le biciclette pubbliche hanno dato il colpo di grazia
Nel frattempo, gli stessi comuni hanno fiutato un’altra opportunità, gestire direttamente i servizi di micromobilità. Nella maggior parte delle grandi città spagnole sono stati attivati sistemi pubblici di biciclette condivise, con postazioni fisse per il ritiro e la riconsegna e un servizio di manutenzione che non deve fare i conti con margini di profitto ridottissimi come quelli delle aziende private. Il risultato è che le poche compagnie di monopattini elettrici condivisi sopravvissute hanno dovuto cambiare modello di business. La maggior parte oggi offre i propri veicoli a operatori turistici per visite guidate e passeggiate, oppure li fornisce direttamente ai comuni, come nel caso di Lime a Getafe, nell’area di Madrid.
Tra restrizioni obbligatorie, sistemi di geolocalizzazione, spazi di parcheggio delimitati e un’opinione pubblica che ha progressivamente rifiutato l’uso incontrollato dei monopattini, la micromobilità condivisa con questi veicoli si è rivelata impossibile da rendere redditizia. E le biciclette pubbliche hanno eliminato anche l’ultima via di fuga possibile per chi sperava di riconvertire il business. Un servizio che sulla carta sembrava perfetto, nella pratica si è rivelato un fallimento.
