C’è una storia che parte da un trauma personale devastante e arriva fino a uno strumento tecnologico capace di assistere migliaia di persone. Si chiama OlimpIA, ed è un progetto che sfrutta l’intelligenza artificiale per offrire supporto anonimo e gratuito, via WhatsApp, a chi subisce violenza di genere online. Disponibile in oltre 50 lingue e attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, nasce dall’esperienza diretta di Olimpia Coral Melo, attivista messicana che ha trasformato il proprio dolore in una battaglia collettiva. Nel 2021, la Ley Olimpia ha reso per la prima volta la violenza digitale contro donne e ragazze un reato in Messico, aprendo una strada che diversi paesi dell’America latina stanno cominciando a seguire. Ma Melo non si è fermata alla legge. Nel 2025 ha lanciato OlimpIA, portando quella stessa lotta su un terreno nuovo: quello della tecnologia.
Lo strumento integra la metodologia del gruppo attivista messicano Defensoras Digitales, il quadro giuridico della Ley Olimpia e l’esperienza diretta delle sopravvissute alla violenza digitale. A svilupparlo tecnicamente è stata Aura Chat, startup guidata dall’imprenditrice Edith Contla, che lo descrive come il progetto più complesso mai realizzato dal proprio team. OlimpIA si basa su 37 modelli diversi di intelligenza artificiale. Tra febbraio 2025 e febbraio 2026 ha ricevuto 12.480 messaggi e supportato 2.389 vittime, soprattutto nelle ore serali e notturne. Presto includerà anche chiamate telefoniche e contenuti nella lingua dei segni messicana.
Il progetto è pensato per fornire supporto psicoemotivo, legale, digitale e comunitario, ma con una priorità ben chiara: l’80% delle vittime cerca prima di tutto ascolto. OlimpIA riconosce che molte donne in pericolo non possono parlare o leggere le risposte e si adatta di conseguenza, identificando anche le situazioni di rischio immediato. È, in tutti i sensi, uno strumento progettato da sopravvissute per sopravvissute.
Dalla legge alla tecnologia: la storia dietro OlimpIA
Quando aveva diciotto anni, Olimpia Coral Melo registrò un video intimo con il suo ragazzo. Quella registrazione divenne pubblica, circolò tra gli abitanti del paese in cui viveva e arrivò fino alla sua famiglia. Melo passò otto mesi chiusa in casa e tentò il suicidio tre volte. Poi decise di cambiare le cose. La prima volta che la Ley Olimpia fu presentata in un parlamento era il 2014. Quattro anni dopo arrivò la prima approvazione, nello stato di Puebla. Da lì le Defensoras Digitales, il gruppo fondato da Melo, hanno percorso il Messico stato per stato, assistendo le vittime e proponendo la legislazione in ogni assemblea locale, fino all’approvazione a livello federale nel 2021.
La norma riconosce la violenza digitale come reato e sanziona la registrazione, diffusione o condivisione non consensuale di materiali intimi con pene da tre a sei anni di carcere. Tra il 2023 e il 2024 anche Argentina e Panama hanno approvato leggi simili, mentre l’iter legislativo è in corso in Colombia, Uruguay, Ecuador, Bolivia e Honduras. Nel 2025 la Ley Olimpia è stata alla base della “Legge modello interamericana sulla violenza digitale contro le donne”, adottata dall’Organizzazione degli Stati Americani.
L’eccezione alla regola: quando l’AI protegge invece di colpire
OlimpIA rappresenta, però, un caso raro. Uno strumento che usa l’intelligenza artificiale per aiutare le donne a sopravvivere alla violenza di genere, invece di contribuire a crearla o diffonderla. Secondo una ricerca di Sensity AI, il 98% dei deepfake è di natura pornografica e il 99% delle persone colpite sono donne. Bot basati sull’AI possono simulare conversazioni umane su app di incontri e social network per estorcere informazioni private o materiale intimo, mentre altri strumenti sono in grado di individuare contenuti vulnerabili nei profili di donne e ragazze, rendendole bersagli più facili di campagne d’odio. Secondo il report di UN Women, quasi il 24% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito violenza online potenziata da strumenti di intelligenza artificiale. La quota più alta riguarda le content creator e le professioniste della comunicazione, seguite dalle attiviste per i diritti umani e dalle giornaliste.
E c’è un altro dato che pesa. Se da un lato le donne subiscono di più la violenza digitale potenziata dall’AI, dall’altro beneficiano meno delle opportunità offerte da questa tecnologia. Una revisione di 18 studi condotti su oltre 140mila persone stima un divario del 25% nell’adozione di strumenti di intelligenza artificiale tra lavoratori e lavoratrici. Tra novembre 2022 e maggio 2024, le donne hanno rappresentato solo il 42% degli utenti mensili medi del sito di ChatGPT e appena il 27% dei download dell’app.
Un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro spiega cosa rischia di produrre tutto questo: le occupazioni a prevalenza femminile hanno quasi il doppio delle probabilità di essere esposte all’automazione rispetto a quelle a prevalenza maschile. Il rischio di sostituzione più alto riguarda ruoli amministrativi, di segreteria e supporto contabile, dove le mansioni sono routinarie e facilmente codificabili, mentre le donne restano sottorappresentate nei settori STEM e nelle professioni legate allo sviluppo dell’AI stessa.
