Una rete energetica spaziale che funziona un po’ come il Wi-Fi, ma invece di trasmettere dati, trasmette energia. Sembra fantascienza, eppure è esattamente quello che sta provando a costruire Star Catcher, una startup che si è appena assicurata un bel gruzzolo per trasformare questa idea in qualcosa di concreto. Il concetto è tanto semplice da spiegare quanto complesso da realizzare: ricaricare satelliti e veicoli spaziali a distanza, senza cavi, senza agganci fisici, usando la luce.
Il tema delle infrastrutture orbitali sta diventando sempre più centrale. Nei prossimi anni lo spazio ospiterà una quantità crescente di tecnologie, e tutte queste tecnologie avranno bisogno di una cosa banale ma cruciale: energia. Oggi ogni satellite deve arrangiarsi con i propri pannelli solari e le proprie batterie, il che impone limiti enormi in termini di peso, durata e flessibilità. Star Catcher vuole cambiare le regole del gioco, e per farlo ha appena chiuso un round di finanziamento Series A da circa 60 milioni di euro, portando il capitale totale raccolto a circa 81 milioni di euro. Non stiamo parlando di un’azienda che vuole competere con colossi come SpaceX o Google sui data center orbitali. Qui l’obiettivo è diverso, e in un certo senso ancora più ambizioso: costruire l’equivalente di una rete elettrica, ma nello spazio.
Come funziona il sistema a raggio laser di Star Catcher
Il progetto prevede una costellazione di circa 200 satelliti specializzati nella cattura della luce solare. Fin qui nulla di nuovo, in fondo è quello che fanno quasi tutti i satelliti. La differenza sta in quello che succede dopo. L’energia raccolta non verrebbe stipata in batterie pesanti e ingombranti, ma trasformata in un raggio laser multi-spettro capace di colpire con precisione i pannelli solari di altri veicoli nelle vicinanze, ricaricandoli a distanza. In pratica, ogni satellite della rete energetica spaziale diventerebbe una sorta di stazione di ricarica volante.
È un approccio che ribalta completamente la logica dei progetti più noti legati all’energia solare spaziale. Di solito quando si parla di raccogliere energia dal sole nello spazio, l’idea è quella di inviarla giù, verso la Terra, per alimentare le nostre case e le nostre città. Star Catcher invece guarda nella direzione opposta: l’energia resta lassù, al servizio di chi lassù ci lavora già. Satelliti per telecomunicazioni, stazioni scientifiche, veicoli cargo, tutto potrebbe beneficiare di questa infrastruttura.
I primi test e il dimostratore orbitale previsto per fine 2026
La cosa interessante è che non si tratta solo di slide e presentazioni. I test preliminari ci sono già stati e hanno dato risultati incoraggianti. Presso il Kennedy Space Center della NASA, in Florida, l’azienda è riuscita a stabilire un record trasmettendo 1,1 kW di potenza su una lunga distanza. Un risultato che, per quanto possa sembrare modesto in termini assoluti, rappresenta un passo significativo nella dimostrazione della fattibilità del sistema.
La vera prova arriverà entro la fine del 2026, quando Star Catcher prevede di lanciare il primo dimostratore orbitale. Sarà quello il momento in cui si capirà davvero se la rete energetica spaziale può passare dalla teoria alla pratica, e se l’idea di ricaricare satelliti con un raggio laser funziona anche nelle condizioni reali dello spazio. Un lancio che potrebbe segnare l’inizio di un’infrastruttura completamente nuova per l’economia orbitale.
