Il nuovo ordine energetico non si discute nelle sale diplomatiche, ma si costruisce sotto il sole rovente della penisola arabica. Lo Stretto di Hormuz, da sempre arteria vitale per il commercio globale di petrolio, si è trasformato in un collo di bottiglia letale a causa della Terza Guerra del Golfo. E gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso che non resteranno a guardare. La loro risposta è un oleodotto colossale che attraversa il deserto, pensato per aggirare completamente lo Stretto e garantire al Paese una via d’uscita autonoma verso i mercati internazionali.
La notizia è arrivata attraverso canali ufficiali. Secondo un comunicato di ADNOC, la compagnia petrolifera di Stato emiratina, lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed ha presieduto una riunione in cui è stata impartita una direttiva chiara. Accelerare la costruzione del progetto West-East Pipeline. La data cerchiata in rosso è il 2027. Quando questa nuova infrastruttura entrerà in funzione, raddoppierà il volume di greggio che il Paese riesce a esportare attraverso il porto di Fujairah, nel Golfo dell’Oman. In termini concreti, si passerà dagli attuali 1,5 milioni di barili al giorno a una capacità compresa tra 3 e 3,5 milioni.
Non si tratta di un’improvvisazione dell’ultimo momento. I lavori del progetto sono partiti in sordina a inizio 2024, ben prima che la guerra in Iran paralizzasse la regione. Il conflitto, però, ha funzionato da catalizzatore definitivo: non ha ispirato l’oleodotto, ma gli ha impresso un’urgenza senza precedenti.
Emirati Arabi: un antidoto logistico contro il ricatto militare
La guerra in Iran ha messo a nudo in modo brutale la vulnerabilità dei cosiddetti chokepoint marittimi. La chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz ha provocato la peggiore interruzione di forniture della storia, sottraendo il 12% del petrolio mondiale dal mercato. In questo scenario, l’oleodotto West-East rappresenta una vera e propria ancora di salvezza.
Questa infrastruttura emirata, sommata al gigantesco oleodotto East-West (noto anche come Petroline) di 1.200km che l’Arabia Saudita ha riattivato verso il Mar Rosso, compone un sistema di rotte alternative capace di neutralizzare il ricatto di Teheran. Il greggio può raggiungere il mondo senza passare nel raggio d’azione di missili e blocchi nel Golfo Persico. Gli esperti parlano di “tempo preziosissimo comprato” per l’Occidente.
Per capire quanto conti avere queste alternative, basta guardare all’Iraq. Privo di sbocchi alternativi al mare e totalmente dipendente da Hormuz, Baghdad si è ritrovata senza spazio fisico per stoccare il proprio petrolio. Il risultato è stato devastante. Chiusura del 70% della produzione nei prolifici giacimenti meridionali e la necessità di supplicare il Kurdistan iracheno per utilizzare un vecchio oleodotto verso la Turchia, capace di esportare appena 250.000 barili al giorno. L’Iraq è ostaggio della propria geografia; gli Emirati, al contrario, si stanno comprando la libertà a colpi di acciaio e ingegneria.
Un mercato libero (e inondato) entro il 2027
Tutta questa nuova potenza logistica acquista il suo vero significato se la si incrocia con un’altra decisione storica. L’uscita degli Emirati Arabi dalla OPEC+. Dopo quasi sei decenni, Abu Dhabi ha deciso che i propri interessi nazionali non stanno più dentro le quote del cartello. Gli EAU accumulavano da anni frustrazione perché la OPEC li obbligava a limitare il pompaggio a 3,2 milioni di barili al giorno, nonostante il Paese avesse investito massicciamente per raggiungere una capacità produttiva di 5 milioni di barili proprio entro il 2027, lo stesso anno in cui il nuovo mega oleodotto verso Fujairah sarà operativo.
Ma il divorzio dalla OPEC+ non è solo una questione economica. Abu Dhabi si sente tradita. Gli Emirati hanno dovuto assorbire da soli buona parte dell’impatto di missili e droni iraniani, percependo che i propri alleati arabi e il Consiglio di Cooperazione del Golfo voltassero le spalle. Le conseguenze di questa frattura saranno enormi. La quota di mercato mondiale del cartello è già crollata al 26%. Quando lo Stretto di Hormuz riaprirà e l’oleodotto West-East funzionerà a pieno regime, gli Emirati inonderanno il mercato secondo le proprie regole, lasciando un’Arabia Saudita isolata a sostenere il costo brutale di stabilizzare i prezzi in un contesto di estrema volatilità.
Lo scontro, in realtà, è rivolto direttamente a Riad. Nella silenziosa guerra fredda per l’egemonia regionale, gli Emirati rifiutano il ruolo di comparsa rispetto alla “Vision 2030” del principe Mohammed bin Salman. Gli EAU possono permettersi di lasciare la OPEC e reggere un polso al ribasso sui prezzi perché il loro break-even fiscale si aggira intorno ai comodi 40 euro al barile, ben al di sotto delle necessità dei vicini. Grazie alla diversificazione, gli Emirati generano oggi il 25% della propria elettricità con la centrale nucleare di Barakah e dispongono di immensi parchi solari, usando i petrodollari di oggi per finanziare l’idrogeno e la tecnologia di domani.
Questa apparente invulnerabilità, però, ha un punto cieco inquietante. Gli analisti militari avvertono che nella guerra ibrida moderna una tubatura d’acciaio vale poco se un drone da circa 450 euro può paralizzare un’intera regione. La Terza Guerra del Golfo lo ha già dimostrato quando un drone ha colpito la gigantesca raffineria emiratina di Ruwais, e il panico si è diffuso ulteriormente quando milizie filo iraniane hanno minacciato esplicitamente infrastrutture vitali come la centrale nucleare di Barakah. Gli Emirati stanno costruendo la propria libertà finanziaria e logistica, ma lo stanno facendo attraversando un campo minato.
