Il marchio che ha praticamente inventato il concetto di action cam sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia. GoPro sta valutando seriamente la possibilità di mettersi in vendita o di fondersi con un’altra società, un segnale che racconta quanto sia profonda la crisi che ha colpito l’azienda. La capitalizzazione di mercato è crollata a circa 175 milioni di euro, con le azioni che valgono poco meno di un euro l’una. Un dato che fa impressione, se si pensa che appena dodici anni fa, al momento della quotazione in borsa, GoPro valeva qualcosa come 10 miliardi di euro.
E non si tratta di una flessione momentanea. Il problema vero è che questa situazione si trascina ormai da parecchio tempo, senza segnali concreti di inversione di rotta. Nel primo trimestre del 2026, i ricavi sono scesi del 26% su base annua, fermandosi a circa 92 milioni di euro. Le perdite continuano ad aumentare e nemmeno i servizi in abbonamento o il comparto software sono riusciti a compensare il rallentamento delle vendite hardware, che resta il nodo centrale di tutta la faccenda.
Come si è arrivati fin qui: errori strategici e concorrenza feroce
Capire le ragioni di questo tracollo non richiede poi chissà quale analisi. All’epoca del suo debutto, GoPro era di fatto l’unico produttore serio di action cam sul mercato, e dominava la scena senza rivali credibili. Il marchio era diventato parte integrante della cultura social e degli sport estremi, tanto che era ormai normale vedere musicisti sul palco con una GoPro attaccata nelle posizioni più creative e improbabili. Era un fenomeno culturale, non solo tecnologico.
Poi, però, sono arrivati gli errori. E non pochi. Il tentativo di espandersi nel settore dei media non ha portato i risultati sperati. Ma il vero disastro è stato il progetto legato ai droni: il GoPro Karma si è trasformato in un fallimento costosissimo, culminato persino in un richiamo globale del prodotto. Una mossa che ha bruciato risorse e credibilità in un colpo solo.
Una vendita come ultima carta da giocare
Nel frattempo, la concorrenza si è fatta spietata. Marchi come DJI e Insta360 hanno conquistato fette enormi del mercato delle action cam, proponendo prodotti competitivi a prezzi aggressivi e con funzionalità che GoPro ha faticato a eguagliare. Il risultato è che lo spazio per il brand californiano si è ristretto anno dopo anno, trimestre dopo trimestre, senza che le varie generazioni di nuovi modelli riuscissero davvero a invertire la tendenza.
La possibilità di una vendita o fusione rappresenta quindi quella che potrebbe essere l’ultima carta a disposizione. GoPro resta un nome con un fortissimo riconoscimento globale, e questo ha ancora un valore: il brand in sé potrebbe interessare a gruppi più grandi, magari attivi nel settore dell’elettronica di consumo o dell’intrattenimento. Ma tra il valore percepito di un marchio e la realtà dei numeri finanziari c’è un divario enorme, e chiunque si sieda al tavolo delle trattative lo sa bene.
