Le sonde su Venere potrebbero non essere state distrutte come si è sempre pensato. Per decenni, la comunità scientifica ha dato per scontato che qualsiasi oggetto inviato sulla superficie venusiana fosse condannato a una fine rapida e brutale, schiacciato dalla pressione atmosferica estrema e fuso dalle temperature infernali che dominano il pianeta. Eppure, secondo quanto emerge da nuove analisi, ben sette sonde potrebbero essere sopravvissute fino ai giorni nostri, restando in qualche modo integre sulla superficie di Venere.
È una di quelle notizie che costringono a ripensare parecchie cose. La superficie di Venere è un ambiente che, sulla carta, non lascia scampo a nulla: temperature che superano i 450 gradi centigradi e una pressione atmosferica circa 90 volte superiore a quella terrestre. Condizioni che farebbero sembrare un forno industriale un posto accogliente. Proprio per questo, ogni missione che ha raggiunto il suolo venusiano è stata considerata persa nel giro di poche ore dal momento dell’atterraggio. Le sonde sovietiche del programma Venera, ad esempio, sono riuscite a trasmettere dati per periodi brevissimi prima che il contatto radio si interrompesse. E da quel momento, nessuno ha più pensato che potessero esistere ancora in forma riconoscibile.
Perché gli scienziati stanno riconsiderando la sorte delle sonde su Venere
Il punto è che perdere il contatto radio non equivale necessariamente alla distruzione fisica di una sonda. Le apparecchiature elettroniche cedono molto prima dei materiali strutturali. Una sonda può smettere di comunicare, può perdere ogni funzionalità operativa, e tuttavia il suo corpo fisico, la struttura metallica, potrebbe resistere molto più a lungo di quanto chiunque avesse ipotizzato. Sette di queste missioni, secondo le nuove valutazioni, potrebbero trovarsi ancora lì, sulla superficie di Venere, magari corrose e danneggiate, ma non completamente disintegrate.
Questo cambia la prospettiva in modo significativo. Se davvero alcune sonde sono sopravvissute, significa che i materiali utilizzati per costruirle hanno retto meglio del previsto alle condizioni estreme del pianeta. E significa anche che future missioni su Venere potrebbero, in teoria, tentare di localizzarle o addirittura fotografarle, offrendo informazioni preziose su come i materiali terrestri reagiscono a un’esposizione prolungata in un ambiente così ostile.
Cosa significa tutto questo per le future esplorazioni di Venere
Non è un dettaglio da poco. La possibilità che strutture artificiali possano sopravvivere sulla superficie venusiana apre scenari interessanti per la progettazione di nuove missioni. Se sette sonde su Venere sono rimaste intatte, o quantomeno parzialmente integre, vuol dire che gli ingegneri potrebbero avere margini più ampi di quanto creduto per sviluppare strumenti scientifici capaci di operare più a lungo sulla superficie del pianeta. Fino a oggi, ogni missione venusiana è stata concepita come una corsa contro il tempo: atterrare, raccogliere quanti più dati possibile e accettare la perdita inevitabile della sonda nel giro di minuti o, nei casi più fortunati, di qualche ora.
La rivalutazione della resistenza di queste sonde potrebbe spingere le agenzie spaziali a riconsiderare Venere come obiettivo per missioni di superficie più ambiziose. Il pianeta è stato a lungo trascurato rispetto a Marte, in parte proprio per la convinzione che qualsiasi cosa vi atterrasse sarebbe stata rapidamente annientata. Sapere che la realtà potrebbe essere meno drastica cambia i calcoli, e non di poco.
Resta il fatto che nessuno ha ancora potuto verificare direttamente lo stato di queste sette sonde. La conferma definitiva potrà arrivare solo con nuove missioni capaci di osservare da vicino la superficie di Venere e individuare i resti delle vecchie missioni. Un compito tutt’altro che semplice, ma che adesso ha almeno una ragione concreta per essere tentato.
