Netflix è di nuovo al centro di una battaglia legale importante, questa volta nello stato del Texas. Il procuratore generale Ken Paxton ha deciso di portare la piattaforma di streaming in tribunale, con accuse piuttosto pesanti: raccolta di dati senza consenso, in particolare quelli dei minori, e progettazione deliberata del servizio per creare dipendenza negli utenti. Una causa che si inserisce in un quadro più ampio di tensioni crescenti tra le autorità americane e le grandi aziende tecnologiche.
Le accuse contro Netflix: sorveglianza e profitto
Secondo quanto sostenuto nella denuncia, Netflix avrebbe messo in piedi quello che viene definito un sistema di sorveglianza comportamentale su scala estrema. Il concetto è abbastanza semplice, anche se inquietante: il modello di business della piattaforma si baserebbe sull’analisi costante e continua delle abitudini di visione degli abbonati. Lo scopo finale sarebbe quello di massimizzare il tempo che ogni utente trascorre davanti allo schermo, guardando contenuti su Netflix.
Ma non finisce qui. La denuncia del Texas va oltre e punta il dito anche su un altro aspetto: tutti questi dati personali verrebbero raccolti con finalità di lucro indiretto. In parole povere, Paxton accusa Netflix di vendere le informazioni a terze parti. Vale la pena sottolineare che si tratta di una pratica che Netflix ha sempre negato pubblicamente. Questo dettaglio è riconosciuto anche dall’accusa stessa, che cita alcune dichiarazioni dell’allora amministratore delegato Reed Hastings, il quale nel 2020 aveva affermato che la piattaforma si distingue da realtà come Amazon o Meta proprio per il suo approccio diverso ai dati personali dei clienti.
Non è la prima volta per Netflix, e il Texas non si ferma
Questa vicenda non rappresenta un caso isolato per la piattaforma di streaming. Già nel 2011 Netflix aveva patteggiato un accordo da circa 8 milioni di euro per una causa simile legata alla privacy. In quel tipo di accordi, però, una delle condizioni fondamentali è sempre la non ammissione di alcuna colpa o responsabilità da parte dell’azienda.
Quello che rende la questione ancora più interessante è il contesto generale. La causa contro Netflix è soltanto l’ultima di una serie piuttosto corposa di azioni legali lanciate dagli Stati Uniti nei confronti delle cosiddette Big Tech, con il Texas che gioca un ruolo da protagonista assoluto. Basti pensare alle cause avviate contro Google per presunte raccolte di dati biometrici senza consenso, oppure contro Google e Meta (rispettivamente per YouTube e Instagram) per quei meccanismi di design che tendono a creare dipendenza negli utenti. E non vanno dimenticati neppure i procedimenti contro i principali produttori di smart TV, sempre per la raccolta non autorizzata di dati personali.
