Highlander è uno di quei film che, a quasi quarant’anni dalla sua uscita, continua a esercitare un magnetismo impossibile da ignorare. Con il ritorno nelle sale cinematografiche, rivedere questa pellicola del 1986 sul grande schermo permette di capire perfettamente perché si sia guadagnata lo status di cult classic e perché qualcuno abbia pensato che meritasse una nuova vita sotto forma di reboot.
La storia dell’immortale Connor MacLeod, interpretato da Christopher Lambert, è un impasto bizzarro e irresistibile di epoche storiche, combattimenti con la spada, rock sinfonico dei Queen e una mitologia tutta sua che non somiglia a nient’altro nel panorama del cinema fantastico. Highlander mescola le Highlands scozzesi del Cinquecento con la New York degli anni Ottanta, e lo fa con una sicurezza narrativa che oggi risulta quasi sfacciata. Non tutto funziona alla perfezione, certo. Alcuni effetti speciali tradiscono inevitabilmente l’età, e la trama a tratti procede con una logica tutta sua. Ma è proprio questa natura imperfetta, questo coraggio di osare senza troppi calcoli, a rendere il film così memorabile.
Perché Henry Cavill vuole riportarlo in vita
Ed è qui che entra in gioco Henry Cavill, da tempo legato al progetto di un reboot di Highlander. Cavill non ha mai nascosto la sua passione per il materiale originale, e dopo aver rivisto il film è facile comprendere cosa lo attragga così tanto. Il mondo costruito attorno al concetto degli immortali che si danno la caccia attraverso i secoli, con la regola che alla fine “ne resterà soltanto uno“, possiede un potenziale narrativo enorme. È il tipo di universo che nel 1986 poteva solo essere accennato, con i limiti di budget e tecnologia dell’epoca, ma che oggi potrebbe essere esplorato con una profondità completamente diversa.
Il fascino di Highlander sta anche nel suo tono. Non si prende troppo sul serio, eppure nei momenti giusti sa colpire con una carica emotiva autentica. La colonna sonora dei Queen, con brani come “Who Wants to Live Forever” e “Princes of the Universe”, non è semplicemente un accompagnamento musicale: è parte integrante dell’identità del film, ne amplifica ogni scena e ogni emozione. Pochi film degli anni Ottanta possono vantare un legame così stretto tra immagini e musica.
Un cult che parla ancora al pubblico di oggi
Rivedere Highlander in sala nel 2026 è un’esperienza che racconta molto anche su come è cambiato il modo di fare cinema. Oggi un progetto del genere verrebbe probabilmente smontato e ricostruito da una catena di produttori preoccupati di renderlo appetibile per ogni fascia demografica. L’originale, invece, ha quel sapore artigianale e un po’ folle che apparteneva a un’altra epoca della produzione cinematografica, quando un regista come Russell Mulcahy poteva prendere un’idea assurda e trasformarla in qualcosa di magnetico.
Il fatto che il film continui a riempire le sale durante le proiezioni speciali dimostra che il pubblico riconosce ancora quella scintilla. Highlander non è un capolavoro nel senso accademico del termine, ma è qualcosa di forse più raro: un film con un’identità fortissima, impossibile da confondere con qualsiasi altra cosa. E per un reboot, partire da una base del genere è sia un vantaggio enorme sia una responsabilità non da poco.
Il ritorno di Highlander nelle sale è la conferma più chiara che certi film non hanno bisogno di essere perfetti per restare indimenticabili: devono solo avere abbastanza personalità da resistere al tempo.
