La pulizia dei grattacieli con i droni sta smettendo di essere fantascienza per diventare realtà industriale, e il merito è soprattutto della Cina. Il Paese asiatico ospita più della metà dei grattacieli più alti del mondo secondo il Council on Tall Buildings and Urban Habitat, la massima autorità globale nella classificazione degli edifici alti. Un patrimonio architettonico che porta con sé una sfida enorme. Mantenere puliti milioni di metri quadrati di facciate in vetro e metallo. E qui entrano in gioco i droni.
Quella che per decenni è stata un’attività affidata a operai sospesi a decine di metri d’altezza si sta trasformando in un terreno di sperimentazione per la robotica avanzata e l’aviazione senza pilota. Il governo cinese ha lanciato un piano statale chiamato “Robot+”, pensato per automatizzare mansioni dove la manodopera scarseggia. Uno degli ultimi esempi più significativi riguarda la pulizia automatizzata della stazione ferroviaria di Nanchang.
Cina: perché i lavavetri umani stanno scomparendo
La figura del lavavetri appeso alle facciate dei palazzi sta sparendo, e non è difficile capire perché. Il rischio di incidenti, le condizioni climatiche spesso proibitive di metropoli come Shanghai o Guangzhou e il fatto che le nuove generazioni non vogliano più fare questo mestiere hanno creato un vuoto di manodopera che le aziende faticano a colmare. Lo scenario ideale, insomma, per l’automazione.
I numeri parlano chiaro. Con i metodi tradizionali, un operatore riesce a pulire circa 200 metri quadrati al giorno. Un drone di pulizia arriva a coprirne 10.000, con un risparmio stimato tra il 10% e il 20% secondo i dati della startup Aero Technology di Wuhan. I droni si adattano meglio a superfici complicate, angoli e rientranze, e lavorano anche in giornate piovose o ventose senza mettere nessuno in pericolo. Una volta terminato il lavoro, il drone usa la propria telecamera per catturare immagini della superficie pulita e trasmetterle al personale a terra, che verifica il risultato. Se qualcosa non va, si ripassa.
Ma la questione vera è un’altra: la sicurezza. Secondo l’OMS, le cadute sono la seconda causa mondiale di morte per lesioni non intenzionali, subito dopo gli incidenti stradali, con circa 684.000 vittime ogni anno. Nel settore lavorativo, le cadute dall’alto rappresentano uno dei rischi principali. Negli Stati Uniti, i dati dell’OSHA indicano che le cadute causano tra il 35% e il 39% dei decessi legati all’edilizia. In Spagna, nel 2024 le cadute dall’alto hanno rappresentato il 12,2% di tutti i decessi sul lavoro e hanno causato la morte di 79 persone.
La Cina domina il mercato dei droni per la pulizia dei grattacieli
Se è vero che i primi esperimenti nel settore della pulizia dei grattacieli con i droni sono nati altrove (la statunitense Apellix nel 2014, la svizzera Aerotain AG nel 2015, la norvegese KTV Working Drone), è altrettanto vero che la Cina ha preso il comando e non lo ha più mollato. Il Paese aveva già il terreno pronto, con anni di ricerca accademica dedicata ai robot per la pulizia di facciate: dalla Università di Tsinghua, con studi sui robot paralleli azionati via cavo, all’Istituto di Tecnologia di Harbin, con progetti su robot mossi da ventilatori.
Il gigante asiatico dispone dell’ecosistema accademico, del supporto finanziario statale e di una necessità evidente. Risultato. La Cina ha democratizzato la tecnologia, passando dai prototipi artigianali alla produzione su larga scala con sistemi industriali scalabili grazie ad aziende come DJI, EAUAV e Foxtech. Oggi il Paese produce tra l’80% e il 90% dei droni commerciali mondiali e guida un’industria che nel 2024 valeva circa 230 milioni di euro e che secondo Growth Market Reports potrebbe raggiungere i 1,17 miliardi di euro entro il 2033.
L’ecosistema industriale cinese si divide in due grandi filoni tecnologici. Da una parte ci sono i droni di pulizia ad alta pressione, collegati a pompe d’acqua posizionate a terra, come il DJI M400 o le soluzioni di Foxtech Robotics. Dall’altra, robot di arrampicata autonomi dotati di sensori e navigazione con IA, come quelli di UnoMove, capaci di rilevare e adattarsi alle variazioni delle superfici. A metà strada si collocano piattaforme ibride come quella di Skybotics Technology Limited e sistemi a cavo ad alta precisione sviluppati dalla facoltà di ingegneria dell’Università di Shanghai. Tra le tecnologie più interessanti ci sono le articolazioni adattive per ridurre l’effetto del vento e la polverizzazione a “distanza zero” per aumentare la pressione, entrambe presenti sul DJI M400.
I limiti che restano da superare
Per quanto promettente, la pulizia automatizzata delle facciate non è ancora una soluzione perfetta. I robot funzionano meglio su superfici piane e hanno restrizioni di altezza, tipicamente tra i 60 e i 120 metri per i sistemi con cavo. E anche se tollerano condizioni meteorologiche peggiori rispetto agli operatori umani, non sono infallibili.
C’è poi il tema del costo iniziale, che rappresenta una barriera d’ingresso significativa per le imprese più piccole. Non si tratta solo del drone. Servono stazioni di pompaggio, batterie, software e certificazioni di sicurezza. Per fare un esempio, il solo kit completo del Lucid Bots Sherpa costa circa 70.000 euro. Ciò spinge molte aziende verso soluzioni come il noleggio o il leasing. E resta aperta una domanda tutt’altro che banale: se un drone autonomo dovesse cadere su un passante o su un bene nella pubblica via, di chi sarebbe la responsabilità?
