Data center e consumo di acqua: il tema è diventato impossibile da ignorare, soprattutto dopo quanto emerso in Georgia, dove un datacenter collegato in modo abusivo alla rete idrica locale ha causato disagi concreti alle famiglie della zona, che non riuscivano nemmeno a fare la doccia. Una vicenda che suona quasi paradossale, eppure è reale. E la parte più assurda? Nessuna multa è stata comminata, perché la struttura era considerata un cliente troppo importante per il territorio.
Quando l’acqua non basta più per tutti
Il caso della Georgia rappresenta solo la punta dell’iceberg di un problema molto più ampio. I data center, quei giganteschi edifici pieni di server che alimentano cloud, intelligenza artificiale e servizi digitali di ogni tipo, hanno bisogno di quantità enormi di acqua per raffreddare i propri impianti. Parliamo di milioni di litri al giorno, in molti casi. Quando queste strutture si collegano alle stesse reti idriche utilizzate dalla popolazione, le conseguenze possono essere devastanti per le comunità locali.
Nel caso specifico, il datacenter risultava allacciato abusivamente alla rete, il che significa che prelevava risorse senza le dovute autorizzazioni o fuori dai limiti concordati. Le famiglie residenti nella zona si sono ritrovate con una pressione dell’acqua così bassa da rendere impossibile anche un gesto quotidiano come farsi una doccia. Eppure, nonostante la natura irregolare dell’allacciamento, nessuna sanzione è stata applicata. Il motivo è tanto semplice quanto sconfortante: quei data center portano lavoro, investimenti e fatturato. Sono, in sostanza, “ottimi clienti” per le utility locali e per l’economia del territorio.
Un problema globale, non un caso isolato
La questione non riguarda soltanto la Georgia. In diverse parti del mondo, la costruzione massiccia di infrastrutture digitali sta mettendo sotto pressione le risorse idriche di intere regioni. Le grandi aziende tecnologiche continuano ad espandere le proprie capacità di calcolo, e ogni nuovo server ha bisogno di essere raffreddato. Il consumo idrico dei data center è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni, alimentato in particolare dalla corsa all’intelligenza artificiale, che richiede potenze di calcolo (e quindi raffreddamento) molto superiori rispetto ai carichi di lavoro tradizionali.
Quello che colpisce è lo squilibrio di forze in gioco. Da una parte ci sono comunità locali con diritti fondamentali, come l’accesso all’acqua potabile. Dall’altra, colossi economici capaci di generare entrate enormi per le amministrazioni e le società di servizi. In questo scontro impari, troppo spesso sono le famiglie a perdere. L’episodio della Georgia lo dimostra in modo lampante: anche davanti a un allacciamento abusivo, la risposta delle autorità è stata di fatto nulla.
Nessuna sanzione, nessun deterrente
Il fatto che non sia stata elevata alcuna multa nonostante l’irregolarità accertata solleva interrogativi enormi sulla regolamentazione del settore. Se un privato cittadino si allacciasse abusivamente a una rete idrica, le conseguenze sarebbero immediate e severe. Per un data center che fattura cifre importanti, invece, le regole sembrano piegarsi. Questo doppio standard rischia di creare un precedente pericoloso, aprendo la strada a situazioni simili ovunque vengano costruite nuove strutture di questo tipo. I data center stanno prosciugando risorse che dovrebbero essere garantite alla popolazione, e il caso della Georgia non è che l’ultimo episodio di una serie destinata, con tutta probabilità, ad allungarsi ancora.
