La celebre Porta dell’Inferno, quel cratere infuocato che brucia nel bel mezzo del deserto del Turkmenistan da oltre mezzo secolo, sembra stia perdendo intensità. Una notizia che suona quasi surreale per chi ha sempre visto nelle immagini di quel pozzo ardente uno degli spettacoli naturali più impressionanti e inquietanti del pianeta. Eppure, qualcosa sta cambiando davvero.
Il cratere di Darvaza, questo il nome tecnico del sito, è alimentato da gas metano che fuoriesce naturalmente dal sottosuolo. Da oltre 50 anni le fiamme divorano quel gas senza sosta, creando un paesaggio che sembra uscito da un film di fantascienza. La Porta dell’Inferno è diventata col tempo una vera attrazione turistica, capace di richiamare visitatori da ogni parte del mondo, affascinati da quella voragine incandescente larga decine di metri che illumina il deserto anche nelle notti più buie.
Le fiamme si stanno affievolendo, ma non si spegneranno presto
Ora però arriva il dato nuovo: l’intensità delle fiamme starebbe diminuendo. Il condizionale è d’obbligo, perché parliamo di un fenomeno geologico che non segue tabelle prevedibili. Il metano continua a fuoriuscire dalla terra, e questo significa che, anche se la Porta dell’Inferno appare meno violenta di un tempo, non ci sono segnali concreti che possa spegnersi del tutto nel breve periodo. Nessuno, in sostanza, sta annunciando la fine dello spettacolo.
La questione però non è solo estetica o turistica. Un eventuale spegnimento del cratere porterebbe con sé interrogativi ambientali non banali. Il gas metano, quando brucia, produce anidride carbonica, che è certamente un gas serra ma decisamente meno potente dello stesso metano rilasciato direttamente in atmosfera. Se le fiamme dovessero cessare e il metano continuasse a fuoriuscire senza combustione, l’impatto sul riscaldamento globale potrebbe paradossalmente peggiorare. È un dettaglio che sfugge facilmente, ma che gli esperti del settore conoscono bene.
Un monumento geologico sospeso tra fascino e preoccupazione
La Porta dell’Inferno è nata quasi per caso. Tutto risale agli anni Settanta, quando una trivellazione sovietica provocò il collasso del terreno, aprendo quel cratere che poi venne intenzionalmente incendiato per evitare la dispersione di gas tossici. L’idea era che le fiamme avrebbero esaurito il metano nel giro di poche settimane. Sono passati più di cinquant’anni e il fuoco è ancora lì, anche se ora con una vitalità apparentemente ridotta.
Il governo del Turkmenistan ha più volte dichiarato la volontà di chiudere definitivamente il sito, preoccupato sia per le emissioni sia per la sicurezza della zona circostante. Finora però ogni tentativo o annuncio è rimasto senza seguito concreto. Il cratere di Darvaza continua ad ardere, testardo, resistente, come se avesse una volontà propria.
Quello che sta accadendo ora, con questa riduzione della potenza delle fiamme, potrebbe essere semplicemente una fase naturale legata a variazioni nella pressione del gas sottostante. Oppure potrebbe segnare davvero l’inizio di un lento declino. Al momento nessuno è in grado di dirlo con certezza.
