Mangiare le specie invasive per risolvere un problema ambientale sembra un’idea geniale. Eppure la scienza avverte che il cosiddetto invasivorismo potrebbe trasformarsi in una trappola. È quello che emerge da un dibattito sempre più acceso, alimentato da tornei di pesca, campagne istituzionali e show televisivi che promuovono il consumo culinario di animali introdotti dall’uomo in ecosistemi dove non dovrebbero stare.
Qualche settimana fa, su una delle spiagge più pittoresche di Honolulu, alle Hawaii, si è tenuto un concorso dal nome piuttosto eloquente: “Eat the Invaders”, letteralmente “Mangia gli invasori”. Niente di macabro, in realtà. Si trattava di un torneo di pesca in cui i partecipanti dovevano catturare tre specie invasive. Poi uno chef le ha cucinate per dimostrare che pesci come il ta’ape, il to’au o il roi, oltre a rappresentare un enorme problema per gli ecosistemi locali, possono anche essere una prelibatezza. Una trovata simpatica, certo. Ma dietro quell’evento c’è qualcosa di molto più grande.
Che cos’è l’invasivorismo e perché se ne parla ovunque
La parola suona strana, ma il concetto è semplice. L’invasivorismo consiste nel consumare specie invasive, trasformandole da minaccia ambientale a ingrediente gastronomico. L’idea non nasce alle Hawaii. Lo slogan “Eat the Invaders” è anche il titolo di una serie della rete australiana ABC dedicata al potenziale culinario delle specie invasive in Australia. E nel 2025 persino il Servizio di Pesca e Vita Silvestre degli Stati Uniti (FWS) ha lanciato una campagna con lo stesso spirito, invitando i cittadini a sfruttare le specie introdotte dall’uomo che oggi minacciano la biodiversità autoctona.
“Il consumo di specie invasive può aiutare a proteggere la fauna e la flora locali. Catturandole e consumandole possiamo ridurne la popolazione e il danno che causano”, si legge in un articolo firmato da Erin Huggins, dell’area comunicazione del FWS, in cui vengono elencate una mezza dozzina di specie problematiche negli Stati Uniti, tra cui la nutria, l’iguana verde, la carpa argentata e il cinghiale. A prima vista sembra la quadratura del cerchio: si combatte un’invasione biologica e nel frattempo si ottiene un vantaggio concreto per la popolazione. Già nel 2013 la FAO aveva cavalcato un concetto analogo, proponendo di affrontare le infestazioni di meduse con uno slogan diretto: “Se non puoi combatterle, mangiale”.
Il rovescio della medaglia: quando il problema diventa un business
Il punto è che non tutti gli esperti sono convinti. Un gruppo di scienziati di diversi Paesi, guidato dalla Stazione Biologica di Doñana (CSIC), ha pubblicato uno studio sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) che mette in discussione il presupposto fondamentale dell’invasivorismo. La tesi è questa: trasformare la cattura e lo sfruttamento delle specie invasive in un’attività commerciale redditizia può generare un incentivo perverso a mantenerle in vita, anziché a eliminarle.
“L’invasivorismo viene spesso presentato come una strategia vantaggiosa per tutti, basata sull’idea che consumare una specie invasiva generi ricchezza riducendo al contempo l’impatto ambientale”, spiega Fran Oficialdegui, ricercatore della Stazione Biologica di Doñana e autore principale dello studio. “Ma la realtà è molto più complessa. Quando il problema si trasforma in un affare economico, nasce una resistenza a risolverlo davvero.”
Un esempio concreto? Il granchio della Kamchatka (Paralithodes camtschaticus). Originario del Pacifico settentrionale, fu introdotto circa 60 anni fa dall’Unione Sovietica nel mare di Barents, nell’Artico. Lì si è diffuso con facilità, diventando una vera piaga. Ma anche il motore di un commercio fiorente, che col tempo ha portato allo sfruttamento eccessivo. E quando la pesca ha rischiato di far sparire la specie, le autorità cosa hanno fatto? Hanno imposto limiti di cattura per proteggere il business che si era creato attorno a un animale che, sulla carta, andava eradicato.
Il caso del granchio blu e i rischi per la Penisola Iberica
Secondo i ricercatori, il discorso dell’invasivorismo sta prendendo piede anche in Europa, spinto da campagne promosse da aziende, amministrazioni pubbliche e perfino organizzazioni ambientaliste. Oficialdegui avverte che quanto accaduto con il granchio della Kamchatka potrebbe ripetersi in Spagna con il Callinectes sapidus, il granchio blu, una specie invasiva le cui qualità gastronomiche vengono già ampiamente pubblicizzate. Non è difficile trovare ricette che spiegano come cucinarlo con il riso.
“È molto probabile che scenari simili a quello del granchio della Kamchatka si verifichino nella Penisola Iberica quando, una volta consolidato lo sfruttamento commerciale del granchio blu, si registreranno cali nella sua popolazione”, avverte Oficialdegui. L’invasivorismo può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica sul rischio delle specie esotiche, ma non deve diventare un alibi. “Affrontare le invasioni biologiche richiede impegno a lungo termine, conoscenza scientifica e politiche coordinate. Le soluzioni semplici sono attraenti, ma raramente risolvono problemi ambientali complessi.”
