Le azioni di Intel hanno vissuto una giornata memorabile, con un balzo del 13% che ha portato il titolo a toccare un nuovo massimo storico in borsa. E no, non è un caso. Dietro questa impennata c’è una combinazione di fattori, ma soprattutto la notizia che un possibile accordo con Apple per la fabbricazione di chip sarebbe sempre più vicino. Il titolo aveva già chiuso aprile con una spinta importante, sostenuto da risultati trimestrali solidi, e ora maggio si apre sullo stesso slancio. A dare ulteriore carburante ci ha pensato un report secondo cui l’ipotesi di un riavvicinamento tra Apple e Intel, già circolata a dicembre e ribadita a gennaio, starebbe prendendo forma in modo sempre più concreto.
La reazione del mercato è stata immediata e piuttosto rumorosa. Intel ha toccato un picco intraday pari a circa 97 euro (EUR 94.546), per poi chiudere la seduta intorno ai 95 euro. La capitalizzazione ha raggiunto un livello record, superando i 480 miliardi di euro. Numeri che fanno impressione, soprattutto se si guarda da dove arriva il titolo.
Un recupero che viene da lontano
Questa fiammata non nasce dal nulla. Dopo aver toccato minimi sotto i 18 euro nell’ultimo anno, Intel ha messo a segno un recupero che definire impressionante è poco: parliamo di un +174% nel solo 2026 e di oltre +400% su base annua. Sono cifre che raccontano una trasformazione profonda, non solo una bolla speculativa. A dare una mano è stato anche il governo statunitense, che nell’agosto 2025 ha acquisito circa il 10% dell’azienda, contribuendo a rafforzarne la stabilità finanziaria e la credibilità agli occhi degli investitori. In più, va riconosciuto il lavoro del CEO Lip-Bu Tan, che ha impresso una svolta significativa alla guida dell’azienda dopo l’uscita di Pat Gelsinger.
Chi mastica un po’ di tecnologia sa bene che Apple e Intel hanno una storia lunga alle spalle. Per anni i Mac hanno girato su processori Intel, e proprio la decisione di Cupertino di abbandonare quella partnership per passare ai chip Apple Silicon, la cui produzione è stata affidata a TSMC, ha segnato un salto prestazionale notevole, soprattutto sul fronte dei portatili.
Cosa cambierebbe davvero con questo accordo
Ed è qui che serve una precisazione fondamentale. In questo possibile riavvicinamento, il ruolo di Intel sarebbe limitato alla fabbricazione dei chip, mentre tutta la parte di progettazione resterebbe saldamente nelle mani di Apple. Non si tratterebbe quindi di un ritorno ai vecchi tempi, con processori Intel dentro i Mac. La differenza rispetto alla situazione attuale starebbe piuttosto nel ridurre la dipendenza da TSMC, il colosso taiwanese che oggi produce praticamente tutti i chip progettati da Cupertino.
C’è anche un aspetto geopolitico che pesa. La presidenza Trump sta spingendo con forza sul concetto di produzione interna, sul cosiddetto made in USA. Un accordo tra Apple e Intel andrebbe esattamente in quella direzione, spostando parte della catena produttiva sul suolo americano. Per Intel significherebbe conquistare uno dei clienti più prestigiosi al mondo per la propria divisione foundry, quella che produce chip su commissione per conto terzi. Per Apple, invece, vorrebbe dire avere un’alternativa concreta a TSMC, diversificando il rischio legato a un unico fornitore strategico.
Il titolo Intel a quota 95 euro, con una capitalizzazione che ha superato i 480 miliardi di euro, fotografa un’azienda che il mercato oggi guarda con occhi completamente diversi rispetto a un anno fa.
