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James Webb legge il calore di un esopianeta: nessuno c’era mai riuscito

Il James Webb legge per la prima volta il calore della superficie di un esopianeta, aprendo una nuova era

scritto da Ilenia Violante 06/05/2026 0 commenti 2 Minuti lettura
James Webb legge il calore di un esopianeta: nessuno c'era mai riuscito - James Webb esopianeta
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Il James Webb ha appena dimostrato di saper fare qualcosa che nessun telescopio aveva mai fatto prima: leggere direttamente il calore emesso dalla superficie di un esopianeta, un mondo al di fuori del sistema solare. Non parliamo dell’atmosfera, che è il terreno di gioco abituale quando si studiano pianeti lontani. Qui si va oltre, si arriva proprio al suolo. E il metodo usato è tanto elegante quanto ingegnoso, perché sfrutta gli eclissi per isolare il segnale termico del pianeta da quello della sua stella. Un approccio che apre la strada a un modo completamente nuovo di studiare la geologia di mondi distanti.

James Webb e il pianeta bollente, senza atmosfera

Il protagonista di questa scoperta si chiama LHS 3844b. È un pianeta roccioso circa il 30% più grande della Terra, situato a 50 anni luce da noi. Secondo i dati raccolti dal James Webb, si tratta di un mondo oscuro, caldissimo, arido e privo di atmosfera. Qualcosa di molto simile a Mercurio, per intenderci. C’è un dettaglio che lo rende particolarmente interessante per questo tipo di osservazione: LHS 3844b è bloccato per effetto mareale. Significa che impiega lo stesso tempo a ruotare su sé stesso e a orbitare attorno alla sua stella, proprio come fa la Luna con la Terra. Il risultato è che un lato è sempre esposto alla luce stellare, con temperature elevatissime, mentre l’altro resta perennemente al buio.

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Questa caratteristica lo rende un bersaglio perfetto per MIRI, uno degli strumenti di punta del James Webb, progettato per rilevare le emissioni infrarosse. Gli oggetti caldi emettono radiazione infrarossa, e MIRI è straordinariamente bravo a catturarla. Analizzando queste emissioni si può risalire al calore generato dalla superficie del pianeta. Ma c’è un problema: quando si osserva il lato diurno di un pianeta del genere, il suo segnale termico rischia di confondersi con quello della stella.

Gli eclissi come strumento di indagine geologica

Ed è qui che entrano in gioco gli eclissi. Quando LHS 3844b passa dietro la sua stella, dal punto di vista del James Webb l’unica luce che arriva è quella stellare. Si misura quel valore, poi lo si sottrae dal segnale complessivo registrato quando il pianeta è visibile. Il risultato è il contributo infrarosso generato esclusivamente dal pianeta. Un trucco semplice nel concetto, ma potentissimo nella pratica.

La cosa più affascinante è che la radiazione misurata da MIRI non racconta solo quanto è caldo un pianeta. I diversi materiali presenti sulla superficie hanno spettri di emissione differenti: riflettono e irradiano la radiazione in modi unici. Questo significa che, confrontando i dati, si può stimare la composizione del suolo. E dato che LHS 3844b non ha atmosfera, non c’è nulla che interferisca con il segnale: quello che arriva proviene direttamente dalla superficie.

Nel 2023 e nel 2024 sono stati osservati due eclissi di questo esopianeta, e il James Webb ne ha approfittato per raccogliere dati preziosi. Il segnale ottenuto è stato poi confrontato con quello di corpi ben conosciuti come la Terra, Marte e la Luna. Il risultato? Nessuna somiglianza con la Terra, il che suggerisce una superficie molto diversa, probabilmente poverissima d’acqua. In compenso, sono emerse somiglianze significative con la Luna, portando a ipotizzare che il pianeta possa essere coperto di basalto, una roccia vulcanica estremamente diffusa sul nostro satellite.

Un mistero ancora aperto: lava fresca o meteorizzazione spaziale?

L’ipotesi iniziale era che LHS 3844b potesse essere un pianeta giovane, ricoperto di lava fresca. Ma questa spiegazione presenta un problema: l’attività vulcanica libera gas come il diossido di carbonio e il diossido di zolfo, e nessuno dei due è stato rilevato dal James Webb. Quindi qualcosa non tornava.

È stata allora formulata un’ipotesi alternativa. Il pianeta potrebbe essere ricoperto da uno spesso strato di materiale scuro e a grana fine, formatosi nel corso di lunghissimi periodi a causa della radiazione e degli impatti di meteoriti. Un fenomeno noto come meteorizzazione spaziale, lo stesso che si osserva su Mercurio e sulla Luna. I pianeti privi di atmosfera sono particolarmente esposti a questo processo, il che renderebbe la spiegazione del tutto plausibile.

Per avere una risposta definitiva serviranno ulteriori osservazioni, e ci si aspetta che il James Webb possa raccogliere altri dati in grado di confermare o smentire questa seconda ipotesi. Quello che è certo è che, già con le misurazioni ottenute finora, questo telescopio ha superato barriere che fino a poco tempo fa sembravano invalicabili.

eclissiesopianetaGeologiaJamesWebb
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Ilenia Violante
Ilenia Violante

Laureata in Culture Digitali con Specialistica in Marketing. Faccio della lettura e la scrittura il mio lavoro nonché la mia più grande passione !

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