La decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l’Opec rappresenta uno strappo storico nel panorama energetico mondiale. Dopo quasi sessant’anni di appartenenza all’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, Abu Dhabi ha comunicato ufficialmente che lascerà sia l’Opec sia la partnership allargata nota come Opec+ a partire dal primo maggio 2026. L’adesione era iniziata nel 1967, addirittura quattro anni prima della nascita formale del paese come stato unitario. E ora si chiude, con un annuncio che ha fatto tremare i mercati e aperto scenari inediti per l’intero settore.
Nella nota diffusa dall’agenzia di stampa statale Wam, il governo emiratino ha parlato di una scelta maturata dopo un’analisi approfondita della propria politica produttiva e della capacità estrattiva nazionale. La motivazione ufficiale ruota attorno alla “visione strategica ed economica di lungo periodo” del paese e all’evoluzione del suo profilo energetico. In sostanza, gli Emirati Arabi Uniti ritengono che restare dentro l’Opec non sia più compatibile con i propri interessi nazionali, soprattutto in una fase in cui la domanda globale di energia risulta penalizzata da gravi interruzioni nell’offerta.
C’è poi il fattore geopolitico. Il conflitto in corso con l’Iran ha ridotto pesantemente il transito delle petroliere nello stretto di Hormuz, dal quale normalmente passa circa un quinto del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto a livello mondiale. Secondo le stime dell’Amministrazione di informazione energetica degli Stati Uniti, la guerra ha costretto Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein a tagliare complessivamente 7,5 milioni di barili al giorno a marzo e 9,1 milioni ad aprile.
L’addio all’Opec, le tensioni accumulate negli anni e la voglia di produrre di più
L’addio all’Opec non è arrivato dal nulla. Già nel 2021 gli Emirati si erano rifiutati di appoggiare un accordo per prorogare i tagli alla produzione, pretendendo un aumento della propria quota produttiva. Abu Dhabi rivendicava miliardi investiti per espandere la capacità estrattiva e contestava parametri fissati nel 2018. Alla fine si trovò un compromesso, ma la frattura era ormai evidente. Gli Emirati Arabi Uniti volevano produrre di più e si sentivano frenati dal sistema di quote dell’Opec.
Da quel momento l’ambizione non ha fatto che crescere. La compagnia petrolifera statale Adnoc punta a raggiungere i 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, partendo dagli attuali 3,4 milioni circa. Eppure, in base agli accordi dell’Opec+, il tetto imposto al paese era di circa 3,2 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità che superava già i 4 milioni. Uno scollamento che rendeva la permanenza nell’organizzazione sempre più difficile da giustificare.
Gli Emirati hanno comunque tenuto a precisare che l’uscita non significa voltare le spalle alle responsabilità globali in campo energetico. L’impegno dichiarato è quello di immettere nuova produzione sul mercato “in modo graduale e misurato”, seguendo la domanda e le condizioni di mercato. Restano confermati anche i piani di investimento in petrolio, gas, rinnovabili e tecnologie a basse emissioni. Del resto, l’economia non legata al petrolio rappresenta ormai circa il 75% del PIL emiratino, un dato che distingue nettamente il paese dall’Arabia Saudita, molto più dipendente dalle entrate petrolifere.
La reazione dei mercati e le conseguenze per l’Opec
Sui mercati la risposta è stata immediata e violenta. Il Brent, la quotazione del greggio di riferimento per l’Europa, ha superato i 90 euro al barile per la prima volta dall’8 aprile, attestandosi a circa 102 euro alle 12:30 del 29 aprile.
Le ripercussioni a lungo termine rischiano di essere ancora più significative. L’Opec è sotto pressione da mesi, con diversi membri che hanno sforato le quote assegnate, tra cui Iraq, Kazakistan e gli stessi Emirati Arabi Uniti. Perdere il terzo produttore di petrolio al mondo in una fase in cui gli equilibri dell’offerta sono già fragili è un colpo non da poco per la credibilità e la tenuta dell’organizzazione.
La mossa degli Emirati segue l’uscita del Qatar dall’Opec nel 2019 ed è arrivata alla vigilia della riunione dell’organizzazione, prevista il 29 aprile a Vienna.
