Tutto è partito da un messaggio spedito la sera del 25 maggio 2015. Sam Altman scrisse a Elon Musk proponendo una specie di “Progetto Manhattan per l’intelligenza artificiale”, convinto che fosse meglio avere qualcuno diverso da Google a guidare la corsa. Musk rispose poche ore dopo con una frase asciutta: “Probabilmente vale una conversazione”. Dieci anni più tardi, quella conversazione si è trasformata in uno scontro legale titanico. Il processo Musk contro OpenAI si è aperto lunedì 27 aprile nel tribunale federale di Oakland, in California, e la posta in gioco è enorme: circa 125 miliardi di euro di risarcimento richiesti. Non si parla solo di soldi, però. È lo scontro definitivo tra due visioni opposte del futuro dell’intelligenza artificiale.
Musk aveva cofondato OpenAI nel 2015 insieme ad Altman e ad altri ricercatori, tra cui Ilya Sutskever. Lo scopo dichiarato era contrastare il dominio di Google nel campo dell’IA, tenendo la ricerca aperta e accessibile. Poi nel 2018 Musk lasciò il consiglio di amministrazione dopo un contrasto sul controllo dell’organizzazione, e da quel momento la frattura si è allargata senza sosta. OpenAI ha stretto una partnership miliardaria con Microsoft, ha creato una struttura a scopo di lucro e ha lanciato ChatGPT, accendendo la corsa globale all’IA generativa. Musk, dal canto suo, ha fondato xAI con il modello Grok, concorrente diretto di ChatGPT, e ha accusato OpenAI di aver tradito la missione originale.
La causa, depositata nel 2024, conteneva inizialmente 26 capi d’accusa. Alla vigilia del processo, Musk ha ritirato le accuse di frode per snellire il tutto. Le contestazioni si concentrano ora su due punti: arricchimento senza giusta causa e violazione di un trust di beneficenza. Se dovesse vincere, Musk chiederebbe la restaurazione dello status di organizzazione non profit, la rimozione di Sam Altman e Greg Brockman dai loro ruoli e quei circa 125 miliardi di euro di danni da destinare al braccio no profit di OpenAI.
Il circo mediatico prima della sentenza
Il vero spettacolo, a dirla tutta, sta nei documenti desecretati nelle scorse settimane. Migliaia di pagine tra messaggi, email e persino estratti dal diario personale di Brockman sono diventati pubblici, regalando uno sguardo piuttosto imbarazzante dietro le quinte della Silicon Valley. Brockman scriveva di volersi “liberare da Elon” e si domandava cosa lo avrebbe portato a guadagnare un miliardo di dollari. Mark Zuckerberg, che nella causa non è coinvolto, è spuntato con messaggi in cui offriva aiuto a Musk per rimuovere contenuti online minacciosi. Musk stesso ha definito Jeff Bezos “un po’ uno strumento” in una conversazione privata.
OpenAI ha provato anche a mettere sul banco l’uso di una droga sintetica simile alla ketamina da parte di Musk al festival Burning Man del 2017, sostenendo che potesse aver compromesso la sua memoria delle trattative. La giudice ha concesso di parlare del festival, ma non della sostanza. OpenAI ha definito la causa “una molestia senza fondamento”, accusando Musk di agire per gelosia e per il desiderio di rallentare un concorrente. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha stabilito che sarà la giuria a decidere chi dice la verità, con un processo in due fasi: prima un verdetto non vincolante della giuria, poi una decisione definitiva della giudice.
Le IPO come vera posta in gioco
Il processo Musk contro OpenAI arriva in un momento delicatissimo per entrambi gli schieramenti. Da una parte, SpaceX e xAI (ora fuse in un’unica entità) hanno depositato i documenti per un’IPO che potrebbe valutare l’azienda intorno a 1.630 miliardi di euro, con una quotazione prevista entro l’estate 2026. Dall’altra, anche OpenAI starebbe preparando la sua offerta pubblica iniziale: Altman vorrebbe portare l’azienda in Borsa già entro fine anno, anche se il CFO ritiene che i tempi non siano maturi. La valutazione implicita di OpenAI, secondo le contrattazioni pre IPO, ha già superato i 930 miliardi di euro.
Qualsiasi rivelazione scomoda emersa dal processo potrebbe influenzare l’umore degli investitori, proprio mentre entrambe le aziende si preparano a chiedere al pubblico di comprare le loro azioni. Per OpenAI, una sconfitta in tribunale potrebbe significare l’obbligo di tornare a essere un’organizzazione non profit, bloccando qualsiasi ipotesi di quotazione. Non a caso la giudice Gonzalez Rogers ha definito i calcoli dei danni di Musk “presi dal nulla”, pur concedendogli di proseguire. Il CEO di Microsoft Satya Nadella è atteso come testimone, e la sua deposizione potrebbe chiarire o complicare ulteriormente i rapporti tra il colosso del software e OpenAI.
