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Non abbiamo bisogno di parole: perché Netflix non parla d’altro

Il remake italiano de La famiglia Bélier conquista Netflix con attori realmente sordi e il debutto cinematografico di Sarah Toscano.

scritto da Rossella Vitale 24/04/2026 0 commenti 3 Minuti lettura
Non abbiamo bisogno di parole: perché Netflix non parla d'altro
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Non abbiamo bisogno di parole è il film che sta facendo parlare tutti su Netflix, e non solo per i numeri impressionanti. Diretto da Luca Ribuoli, è già diventato il terzo film più visto a livello globale sulla piattaforma a poche settimane dal debutto. Si tratta dell’adattamento italiano de La famiglia Bélier, già riletto dopo il successo dell’americano Coda – I segni del cuore. E stavolta la versione italiana ha portato qualcosa in più: nel cast, accanto alla giovanissima Sarah Toscano al suo debutto nel cinema, ci sono attori realmente sordi come Antonio Iorillo, Emilio e Carola Insolera. Una scelta che regala alla storia un livello di autenticità difficile da ottenere diversamente.

La storia di Eletta, tra due mondi

Al centro di Non abbiamo bisogno di parole c’è Eletta, sedici anni, unica persona udente in una famiglia di persone sorde. È cresciuta facendo da interprete ai genitori e mandando avanti l’attività agricola di famiglia, diventando di fatto il loro ponte con un mondo esterno che ancora non è del tutto accessibile. Protettiva, inizialmente chiusa, Eletta scopre nel canto una possibilità nuova di espressione. Quando la sua insegnante Giuliana, interpretata da Serena Rossi, la incoraggia a tentare l’ingresso in una scuola di musica a Torino, si apre un conflitto profondo tra il senso di responsabilità verso la famiglia e il desiderio di costruirsi un futuro autonomo.

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Ed è proprio questa tensione a colpire nel segno. Sui social in tanti si sono riconosciuti nella storia di Eletta, soprattutto chi è cresciuto sentendosi sospeso tra due mondi, diviso tra appartenenza e indipendenza. Il film sta generando conversazioni che vanno ben oltre la trama, portando l’attenzione su parole e definizioni legate alla sordità che non sempre sono chiare a tutti.

Le diverse tipologie di comunicazione

Non abbiamo bisogno di parole ha il merito di far emergere differenze importanti legate alla sordità, non solo dal punto di vista clinico ma anche culturale, linguistico e sociale. Il film mostra come questa condizione possa essere vissuta in modi profondamente diversi a seconda delle esperienze individuali e del contesto di riferimento.

Nella storia, i genitori di Eletta sono sordi profondi. La dottoressa Carla Cantaffa, Specialista in Otorinolaringoiatria presso l’Istituto Clinico Humanitas Ircss, spiega che si definisce così “la perdita d’udito media superiore o uguale a 90 decibel”. Questa condizione può insorgere in età preverbale, quindi prima che il soggetto abbia acquisito capacità di linguaggio (solitamente prima dei due anni), in età periverbale (tra i 2 e i 5 anni), oppure post verbale, cioè dopo i 6 anni. La maggior parte delle sordità profonde preverbali sono di tipo neurosensoriale, dovute a un difetto di percezione del suono, e possono avere origine congenita o essere acquisite successivamente.

All’interno della comunità delle persone sorde esistono poi approcci diversi alla comunicazione. Nei casi di sordità profonda, spiega ancora la dottoressa Cantaffa, si utilizzano la lettura labiale, il linguaggio parlato completo (o Cued speech), la dattilologia e la lingua dei segni. Quest’ultima utilizza il segno come combinazione di più elementi eseguiti contemporaneamente: forma e orientamento della mano, posizione nello spazio, direzione del movimento. Non è universale, ne esiste una corrispondente a ciascuna lingua parlata, e segue una grammatica e una sintassi proprie.

Lis 

In Italia, i sordi segnanti utilizzano la lingua dei segni italiana (Lis) e spesso si riconoscono in una vera e propria identità culturale e linguistica, quella che viene definita Deafhood. Molti di loro sono bilingui e padroneggiano sia la Lis sia l’italiano scritto o parlato. I sordi oralisti, invece, comunicano principalmente attraverso la lingua parlata, affidandosi alla lettura labiale e alla produzione vocale. Questo approccio tende a considerare la sordità soprattutto come una condizione fisica, più che come un’identità culturale.

Eletta appartiene a un’altra categoria ancora: è una Coda, acronimo di Child of deaf adults, cioè figlia udente di genitori sordi. Una condizione meno rara di quanto si possa pensare, dato che circa il 90% dei figli di persone sorde è udente. Crescere in questo contesto significa vivere immersi nella cultura sorda, spesso imparando la lingua dei segni come prima lingua e muovendosi quotidianamente tra due mondi. I Coda diventano frequentemente mediatori naturali tra i genitori e la società udente, assumendo un ruolo di responsabilità già da piccoli. Questo può comportare anche alcune difficoltà: una delle più comuni riguarda proprio il ruolo di interprete, con i figli che si trovano a tradurre conversazioni complesse o delicate, non sempre adatte alla loro età. In questi casi, alcune famiglie preferiscono affidarsi a interpreti professionisti o a servizi di supporto dedicati alla comunità sorda.

filminclusioneNetflix
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Rossella Vitale
Rossella Vitale

Se dovessi scrivere quali sono i miei interessi o descrivermi ci metterei forse una giornata intera, quindi sarò breve. Mi piace esprimermi attraverso la scrittura, mezzo di comunicazione che molti non considerano più così importante, amo i miei animali (gatti, cane e coniglio) e mentre lavoro ascolto brani suonati al piano per concentrarmi e rilassarmi. La mia Laurea ha un titolo troppo lungo da scrivere, ma essenzialmente mi sono specializzata proprio *rullo di tamburi* in comunicazione e marketing digitale.

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