Le pubblicità truffa che invadono Facebook e Instagram sono al centro di una nuova battaglia legale che coinvolge direttamente Meta. La Consumer Federation of America (CFA), un’organizzazione nonprofit statunitense che si occupa di tutela dei consumatori, ha presentato una proposta di class action contro l’azienda guidata da Mark Zuckerberg. L’accusa è piuttosto netta: Meta non avrebbe protetto adeguatamente chi utilizza le sue piattaforme dagli annunci fraudolenti. Secondo la CFA, l’azienda avrebbe violato le leggi a tutela dei consumatori del Distretto di Columbia, ingannando gli utenti riguardo alla presenza massiccia di truffe nei propri spazi pubblicitari. La formulazione contenuta nel documento legale parla chiaro: Meta avrebbe “inseguito i profitti piuttosto che proteggere i propri utenti”.
Il fascicolo depositato contiene parecchi esempi concreti. La CFA afferma di aver trovato inserzioni fraudolente direttamente nella libreria inserzioni di Meta, tra cui annunci che promettevano un “iPhone governativo gratuito” e altri che garantivano assegni da circa 1.300 euro a persone nate in determinati anni. Molte di queste inserzioni, sempre secondo quanto dichiarato dalla CFA, si basano su video generati con l’intelligenza artificiale, il che le rende sempre più convincenti e difficili da smascherare, soprattutto per chi ha meno dimestichezza con il digitale. Le pratiche pubblicitarie di Meta erano già finite sotto osservazione nel corso del 2025, quando un’inchiesta giornalistica basata su documenti interni aveva rivelato come l’azienda stesse incassando miliardi da inserzioni che promuovevano truffe e prodotti vietati. Lo stesso report aveva fatto emergere un dettaglio paradossale: alcuni processi interni dell’azienda rendevano più complicato, per gli stessi dipendenti, contrastare gli inserzionisti malevoli.
Il meccanismo contestato e la difesa di Meta
La parte forse più pesante della causa riguarda il modo in cui Meta gestisce gli inserzionisti considerati a rischio. Stando al documento, l’azienda afferma pubblicamente di fare tutto il possibile contro le pubblicità truffa. Ma nella pratica, secondo la CFA, avrebbe consapevolmente adottato politiche che aumentano i propri profitti a scapito della sicurezza degli utenti. Il punto cruciale sta qui: invece di bandire gli inserzionisti che la stessa Meta classifica come più pericolosi, come fanno altre aziende tech tipo Google, l’azienda si limiterebbe a far pagare tariffe più alte a questi soggetti. Il risultato, nelle parole della CFA, è “perverso”: più un inserzionista è rischioso, più Meta ci guadagna. Un’accusa che, se confermata, disegnerebbe un quadro in cui la sicurezza degli utenti viene sistematicamente sacrificata a favore dei ricavi pubblicitari.
Meta ha respinto tutto con decisione. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che queste affermazioni travisano la realtà del lavoro svolto e che verranno contestate in sede legale. Il colosso ha ricordato di combattere aggressivamente le truffe sulle piattaforme per proteggere persone e aziende. I numeri messi sul tavolo sono significativi: solo nel corso del 2025, sarebbero state rimosse oltre 159 milioni di inserzioni truffa, il 92% delle quali eliminate prima ancora che qualcuno le segnalasse. Inoltre, Meta avrebbe chiuso 10,9 milioni di account su Facebook e Instagram collegati a centri criminali dedicati alle frodi. “Combattiamo le truffe perché sono un danno per il business: le persone non le vogliono, gli inserzionisti non le vogliono, e nemmeno noi le vogliamo”, ha aggiunto il portavoce.
