Una delle aziende più famose del pianeta, Tesla, avrebbe generato qualcosa come 235 miliardi di euro di ricavi negli Stati Uniti senza pagare tasse federali per quasi vent’anni. Sembra impossibile, eppure è tutto perfettamente legale. Il meccanismo alla base di questa strategia fiscale è tanto sofisticato quanto diffuso tra le grandi multinazionali: spostare i profitti verso filiali estere attraverso i diritti sulla proprietà intellettuale.
L’analisi, condotta su migliaia di pagine di documenti societari depositati in 14 Paesi e confermata da tre esperti fiscali indipendenti, racconta una storia che merita attenzione. L’unico anno in cui Tesla ha effettivamente pagato le tasse al fisco americano è stato il 2023, con circa 43 milioni di euro dichiarati. Un importo che, rapportato ai ricavi complessivi dell’azienda, risulta francamente trascurabile.
Il meccanismo del profit shifting: come funzionava la strategia fiscale di Tesla
Il quadro è piuttosto chiaro. Oltre alle deduzioni legate alle perdite accumulate nei primi anni di attività e agli incentivi fiscali per l’energia verde, Tesla avrebbe trasferito i diritti sulla sua proprietà intellettuale, quindi brevetti e know how tecnico, a filiali estere con sede nei Paesi Bassi e a Singapore.
Una sussidiaria olandese chiamata TM International, registrata come “partnership” non residente nei Paesi Bassi, senza dipendenti e senza obblighi fiscali locali, avrebbe fatto da ponte verso Tesla Motors Singapore Holdings. Questa entità, tra il 2023 e l’inizio del 2025, ha registrato circa 16 miliardi di euro di profitti, corrispondenti all’89% degli utili operativi globali di Tesla in quel periodo. Il punto cruciale è che tali somme non sarebbero state tassate né in Olanda né a Singapore.
Secondo gli esperti, questa struttura ha consentito a Tesla di risparmiare oltre 355 milioni di euro di imposte americane. E va detto con chiarezza: non ci sono indicazioni che Tesla abbia violato alcuna legge. Il profit shifting, cioè lo spostamento dei profitti verso giurisdizioni a bassa tassazione attraverso la proprietà intellettuale, è una pratica diffusa tra le grandi multinazionali.
“Non è il modo in cui il sistema fiscale internazionale dovrebbe funzionare”, ha commentato Stephen Shay, ex funzionario del Dipartimento del Tesoro americano e oggi docente alla Boston College Law School, tra gli esperti consultati nell’ambito dell’indagine. Né Tesla né Elon Musk hanno risposto alle richieste di commento.
Un cambio di rotta nel 2025?
La notizia arriva in un momento particolarmente delicato per l’azienda. Tesla negli ultimi anni ha registrato un calo delle vendite, ha perso il primato mondiale di costruttore di auto elettriche a favore di BYD e ha visto crollare gli utili nel 2025, anche a causa delle polemiche legate all’impegno politico di Elon Musk.
C’è però un dato interessante che emerge dall’ultimo report annuale del 2025. Per la prima volta, oltre il 90% degli utili globali di Tesla è stato dichiarato negli Stati Uniti, contro una media del 27% registrata tra il 2020 e il 2024. Un cambiamento così netto che fa pensare a un possibile ridimensionamento o smantellamento di quella struttura offshore. Tesla, anche su questo punto, non ha fornito spiegazioni.
