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HEVC: ecco perché alcuni dispositivi non riproducono più video 4K

Il caos dei brevetti sul codec H265 sta impedendo a dispositivi perfettamente funzionanti di riprodurre video in 4K con conseguenze concrete per utenti e produttori.

scritto da Manuel De Pandis 23/04/2026 0 commenti 2 Minuti lettura
video 4K
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Guardare un video in 4K dovrebbe essere la cosa più banale del mondo, nel 2026. Eppure sta succedendo qualcosa di strano: dispositivi perfettamente capaci a livello hardware si rifiutano di riprodurre contenuti ad alta risoluzione. Il motivo non ha nulla a che fare con la potenza del processore o la qualità dello schermo. C’entra, invece, una rete aggrovigliata di brevetti, royalty e battaglie legali che ruota attorno al codec HEVC, conosciuto anche come H.265. E le conseguenze stanno diventando sempre più concrete per chi compra un portatile o prova a guardare un film in streaming.

Il codec HEVC ha rappresentato un salto enorme rispetto al predecessore H.264, riuscendo a ridurre il bitrate necessario fino al 50% a parità di qualità visiva. Piattaforme come Netflix, Disney+ e Apple TV+ lo usano abitualmente per i contenuti 4K e Dolby Vision. Il problema, però, sta nel sistema di licenze che lo accompagna, uno dei più complicati mai visti nel settore tecnologico. A differenza di altri standard, HEVC non ha mai avuto un unico ente di riferimento per la gestione dei brevetti. Esistono più consorzi indipendenti: MPEG LA, HEVC Advance e Velos Media, ciascuno con condizioni e costi propri. Chi produce hardware o software deve negoziare separatamente con ognuno di questi gruppi, e le condizioni possono cambiare nel tempo. Alcune royalty si applicano persino ai contenuti distribuiti, non solo ai dispositivi fisici. Il risultato è un’incertezza che rende complicatissimo pianificare prodotti su larga scala. E non finisce qui: alcune entità fuori dai pool principali hanno avanzato richieste di pagamento indipendenti, il che significa che anche pagando tutti i consorzi ufficiali non si ha la certezza di essere al riparo da cause legali. HP e Dell hanno disattivato il supporto HEVC su alcuni portatili, Netflix ha dovuto affrontare una battaglia legale sull’uso del codec, mentre Acer e ASUS hanno interrotto le vendite di PC in Germania a causa di una vertenza con Nokia. Il livello di conflittualità è salito parecchio negli ultimi anni, con Dolby che ha contestato l’utilizzo di certe tecniche anche in codec alternativi.

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AV1 doveva risolvere tutto, ma i dubbi restano

Per provare a uscire da questo pantano, l’industria ha spinto su AV1, sviluppato dall’Alliance for Open Media con l’obiettivo dichiarato di offrire un codec moderno e senza royalty. Google lo ha integrato in YouTube, Netflix lo usa su alcuni dispositivi, e browser come Chrome e Firefox lo supportano nativamente. Sulla carta, la soluzione perfetta. Nella pratica, però, stanno emergendo dubbi significativi. Alcune aziende sostengono che AV1 utilizzi tecniche già coperte da brevetti esistenti. Le accuse non riguardano l’intero standard ma meccanismi interni specifici, e il rischio concreto è che anche AV1 possa finire nel mirino delle richieste di pagamento, vanificando la promessa iniziale. L’Alliance for Open Media ha previsto un fondo di difesa legale per proteggere chi adotta il codec, ma si tratta di una soluzione che interviene solo dopo l’avvio dei contenziosi. Il caso più rumoroso al momento è l’azione legale di Dolby contro Snap, proprio sull’uso ritenuto non autorizzato di AV1.

Funzioni disabilitate e video che non partono: cosa sta succedendo davvero

Le conseguenze di tutto questo scenario sono già visibili e piuttosto concrete. Alcuni produttori, tra cui HP e Dell, hanno scelto di disabilitare il supporto HEVC su laptop equipaggiati con CPU Intel e AMD che lo supporterebbero tranquillamente a livello hardware. Non è un limite tecnico: è una scelta deliberata per evitare il pagamento delle royalty. In ambiente Windows la situazione è ancora più evidente, con Microsoft che distribuisce il supporto HEVC come estensione a pagamento tramite il Microsoft Store. Il costo per l’utente finale è minimo, ma rappresenta una gestione separata delle licenze lato software. Il risultato pratico è abbastanza assurdo: lo stesso file video può funzionare su un dispositivo e non su un altro, pur avendo hardware sostanzialmente identico. Video 4K che non partono, consumi di banda più elevati, qualità inferiore. File registrati con smartphone recenti possono risultare incompatibili con PC appena acquistati. Chi sviluppa applicazioni multimediali deve ormai gestire una matrice complessa di codec, licenze e piattaforme, spesso ricorrendo a librerie esterne e codec alternativi. Guardando avanti, l’arrivo di VVC/H.266 (Versatile Video Coding) promette miglioramenti ancora più marcati nella compressione, ma introduce nuovi brevetti e nuovi attori nel gioco. Finché non emergerà un modello di licensing più semplice e prevedibile, produttori e sviluppatori continueranno a muoversi tra costi, rischi e compromessi tecnici.

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Manuel De Pandis

Filmmaker, giornalista tech.

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