Quasi nessuno dimentica come andare in bicicletta, anche dopo anni senza salire in sella. Eppure, ricordare cosa si è mangiato a pranzo due giorni fa o il nome di un attore visto al cinema la settimana scorsa può risultare incredibilmente difficile. Questa stranezza ha una spiegazione precisa, che affonda le radici nel modo in cui il cervello immagazzina e gestisce diversi tipi di ricordi. Il “segreto”, se così si può chiamare, sta tutto nelle dinamiche della cosiddetta memoria procedurale: quella che riguarda il consolidamento di abilità motorie e cognitive automatiche, abitudinarie. Detto in modo più diretto, è la memoria di come si fanno le cose.
Non a caso esiste un modo di dire entrato nell’uso comune: “è come andare in bicicletta“, che significa impossibile da dimenticare. E la scienza, effettivamente, conferma che dietro questa espressione c’è qualcosa di molto concreto.
La scoperta che ha cambiato tutto: il caso del paziente H.M.
La comprensione moderna della memoria motoria deve moltissimo a Henry Molaison, conosciuto come “paziente H.M.”. Nel 1953 quest’uomo subì un intervento chirurgico in cui gli venne rimossa parte dell’ippocampo, nel tentativo di curare una forma grave di epilessia. Da quel momento, Molaison perse la capacità di formare nuovi ricordi a lungo termine legati a fatti o eventi, quella che si chiama memoria dichiarativa. Eppure riusciva a imparare compiti motori nuovi, come disegnare una stella partendo da pochi tratti. Ogni giorno ripeteva l’esercizio senza ricordare di averlo già fatto, ma con una precisione crescente.
Come ha spiegato il neuroscienziato clinico Boris Suchan, casi come questo dimostrano che la memoria non è un singolo archivio. Esistono i ricordi espliciti, come date e fatti, e poi quelli procedurali, come nuotare o andare in bicicletta. Questi ultimi dipendono da strutture del cervello evolutivamente più antiche e decisamente più stabili.
Il pilota automatico che si accende con la pratica
La memoria procedurale lavora a un livello inconscio e automatico. Quando qualcuno impara ad andare in bicicletta, all’inizio serve un enorme sforzo da parte della corteccia cerebrale. Con la pratica, però, il controllo passa progressivamente ai gangli della base, le strutture responsabili della fluidità dell’azione, e al cervelletto, che corregge gli errori in tempo reale. In queste aree, la plasticità cerebrale funziona in modo diverso: una volta che i circuiti neuronali si sono formati, diventano estremamente resistenti a quel rimodellamento che normalmente cancella i ricordi meno usati o meno utili. Come ha spiegato il neurologo Andrew Budson, una volta che una sequenza è stata automatizzata, il cervello non ha più bisogno di richiamarla coscientemente. È lì, scolpita quasi per sempre.
Ma c’è un aspetto ancora più affascinante. Il cervello, a quanto pare, non ricorda solo il compito da eseguire, ma anche lo stile personale nel farlo. Uno studio longitudinale pubblicato nel 2013 sulla rivista Frontiers in Computational Neuroscience ha analizzato soggetti impegnati in un complesso compito di coordinazione a due mani: i partecipanti si sono allenati per due mesi e poi sono stati testati sei mesi e otto anni dopo.
Non solo hanno mantenuto la capacità di eseguire il compito, ma hanno riprodotto il loro stile individuale persino dopo otto anni. Questo suggerisce che il cervello codifica delle “firme” precise. Nel caso della bicicletta, parliamo della pressione sui pedali o del ritmo di oscillazione, elementi che rendono ogni ciclista unico e costante nel tempo.
