Partiamo da un dato che gira parecchio nelle discussioni online e offline: dal 2022 le assunzioni sono calate di circa il 20%. Viene naturale, quasi automatico, collegare questo numero all’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa. È una narrazione comoda, che funziona bene nei titoli e alimenta un certo tipo di ansia collettiva. Solo che, stando a quanto emerge dai dati di LinkedIn, le cose non stanno esattamente così.
Il calo delle assunzioni, infatti, ha una spiegazione molto più “classica” e meno futuristica di quanto si potrebbe pensare. A pesare sono stati soprattutto i tassi d’interesse, che dal 2022 in poi hanno subito rialzi importanti in gran parte delle economie occidentali. Quando il costo del denaro sale, le aziende frenano. Assumono meno, rinviano investimenti, stringono i cordoni della borsa. Non è una novità, succede ciclicamente da decenni. E questa volta non fa eccezione, anche se nel frattempo è arrivata sulla scena l’intelligenza artificiale generativa a prendersi tutta la scena mediatica.
Attribuire il rallentamento del mercato del lavoro esclusivamente alla tecnologia è una semplificazione che rischia di far perdere di vista le cause reali. E soprattutto impedisce di concentrarsi su quello che davvero sta cambiando.
Non è il numero dei posti che cambia, ma le competenze richieste
Perché qualcosa, in effetti, l’intelligenza artificiale la sta modificando eccome. Ma non nel modo che molti temono. Secondo i dati raccolti da LinkedIn, quello che si trasforma rapidamente non è tanto la quantità di posti di lavoro disponibili, quanto piuttosto il tipo di competenze che le aziende cercano. E qui sì, il cambiamento è veloce, molto più di quanto ci si aspetterebbe.
Le skill richieste nei profili professionali si aggiornano a una velocità senza precedenti. Ruoli che fino a pochi anni fa avevano un certo set di requisiti oggi ne richiedono di completamente diversi. E questo riguarda non solo chi lavora nel settore tecnologico, ma anche chi opera in ambiti apparentemente lontani dall’intelligenza artificiale: marketing, risorse umane, logistica, finanza. Il punto, quindi, non è tanto che l’intelligenza artificiale stia “rubando” posti di lavoro. È piuttosto che sta ridefinendo cosa significa essere qualificati per un determinato ruolo. E chi non aggiorna le proprie competenze rischia di trovarsi fuori gioco, non perché il posto non esista più, ma perché quel posto ora richiede qualcosa di diverso rispetto a prima.
La narrazione dominante e i fatti
La tentazione di dare la colpa all’IA per ogni difficoltà nel trovare lavoro è comprensibile. È un capro espiatorio perfetto: nuovo, potente, un po’ misterioso. Ma i numeri raccontano una storia diversa. Il rallentamento delle assunzioni ha radici macroeconomiche ben precise, legate ai tassi d’interesse e alle politiche monetarie restrittive adottate negli ultimi anni.
Questo non vuol dire che l’intelligenza artificiale non avrà un impatto sul lavoro. Ce l’avrà, e in parte lo sta già avendo. Ma quell’impatto, almeno per ora, si manifesta soprattutto nella trasformazione delle competenze richieste, non nella scomparsa massiccia di posti. La distinzione è importante, perché cambia completamente il modo in cui ci si dovrebbe preparare.
