La guerra in Sudan è uno di quei conflitti che il mondo sembra aver deciso di guardare col volume abbassato. Eppure, dall’aprile 2023, il paese è sprofondato in uno scontro feroce tra l’esercito regolare (le Sudanese Armed Forces, o Saf), guidato dal generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, e le Forze di supporto rapido (Rsf), la milizia paramilitare sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Il bilancio è devastante. Milioni di sfollati, un numero di vittime stimato tra le 40.000 e le 150.000, e un intero sistema paese trasformato in maceria. Le risorse naturali, a partire dall’oro, sono diventate strumenti di sopravvivenza politica e carburante bellico per tutte le fazioni in campo.
Il percorso diplomatico internazionale ha provato a dare risposte, ma con risultati che definire modesti è quasi generoso. Si è passati dalla conferenza di Parigi nel 2024, dove erano stati promessi oltre 2 miliardi di euro in aiuti umanitari, a quella di Londra nel 2025, che ha messo in evidenza le spaccature tra gli attori chiave del mondo arabo. Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita non hanno trovato una linea comune, e il G7 si è limitato a chiedere un cessate il fuoco incondizionato che non è mai arrivato. Berlino 2026 rappresenta il terzo tentativo, ma nasce già zoppo. Né le parti in conflitto né il governo sudanese partecipano al vertice. Il primo ministro Kamil Idris ha definito il processo destinato al fallimento, denunciando apertamente la propria esclusione. Il paradosso è evidente. La comunità internazionale costruisce una governance del conflitto che non include chi quel conflitto lo combatte.
Droni, crisi umanitaria e l’economia di guerra dell’oro in Sudan
Sul terreno, intanto, la situazione peggiora. L’uso crescente dei droni ha cambiato la scala delle operazioni militari. Secondo le Nazioni Unite, nei primi mesi del 2026 centinaia di civili sono stati uccisi in attacchi condotti con sistemi senza pilota, impiegati sia dall’esercito sia dalle Rsf. L’impatto ricade in modo sproporzionato sui minori: più di 4.300 bambini risultano uccisi o mutilati dall’inizio della guerra in Sudan. La crisi umanitaria ha raggiunto dimensioni sistemiche. Parliamo di oltre 30 milioni di persone bisognose di assistenza. Circa 19 milioni che affrontano livelli acuti di insicurezza alimentare e più di 13 milioni di sfollati.
A Jebel Amer, nel Darfur occidentale, le Rsf continuano a scavare nella polvere rossa. Quella miniera produce oro di altissima qualità, destinato in larga parte al contrabbando. Circa l’85% della produzione sudanese proviene da miniere artigianali o semi-industriali, molte sotto il controllo di milizie e intermediari. Dal paese si estraggono circa 90 tonnellate di oro all’anno, ma solo una parte minima è registrata ufficialmente. Si stima che il 70% del metallo lasci il Sudan illegalmente. Per le Rsf l’oro serve a pagare miliziani, comprare benzina, droni e armi leggere. Per l’esercito regolare è un mezzo per mantenere relazioni con i mercati internazionali e ottenere credito politico.
Un’inchiesta dell’organizzazione The Sentry ha ricostruito il flusso di oro sudanese verso Dubai, attraverso società controllate da uomini vicini a Hemedti. L’obiettivo è trasformare l’oro in valuta internazionale, al di fuori di ogni controllo fiscale o sanzione. Indagini dell’Occrp mostrano che buona parte del metallo passa per le raffinerie emiratine, dove viene mescolato con oro acquistato legalmente e poi reinserito sul mercato, rendendolo impossibile da tracciare. Gli Emirati risultano acquirenti del 97% dell’oro venduto legalmente nel 2024, ma Dubai resta anche la principale destinazione dell’oro estratto nelle zone sotto controllo Rsf, che transita attraverso Libia, Ciad e Sud Sudan. La compagnia russa Meroe Gold, affiliata al Gruppo Wagner, è stata documentata mentre estraeva oro nel Sudan centrale con destinazione Mosca, trasformando il metallo in valuta alternativa per aggirare le sanzioni occidentali.
Disinformazione digitale e guerra per procura
Se l’oro finanzia la guerra in Sudan sul campo, la disinformazione digitale la alimenta online. Ricerche del Digital Forensic Research Lab e di Disinfo.Africa hanno rivelato una rete di oltre 200 account su X che amplificano messaggi a sostegno delle Rsf, con tempistiche sincronizzate e hashtag identici. Le Rsf sfruttano anche bot farm per gonfiare le visualizzazioni e presentarsi come forza popolare legittimata dal consenso. In parallelo, le Saf rispondono con blackout digitali: il sito NetBlocks ha registrato interruzioni totali di internet in 11 località tra il 2023 e il 2025. Amnesty International denuncia che questi blocchi impediscono la consegna degli aiuti e la raccolta di prove sui crimini di guerra.
La caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, avvenuta il 28 ottobre, ha segnato una svolta anche nella guerra dei feed. Immagini satellitari analizzate dallo Yale Humanitarian Research Lab mostrano evidenze di uccisioni su vasta scala. Le Rsf hanno diffuso direttamente i video delle esecuzioni, producendo da sé le prove dei crimini di guerra che la comunità internazionale potrà utilizzare nei tribunali.
Dietro tutto questo si muove una rete di forniture militari che attraversa più capitali. Un dossier del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha rivelato che equipaggiamenti militari britannici, tra cui sistemi di puntamento e componenti per veicoli blindati, sono stati trovati in postazioni Rsf nel Darfur. Quelle forniture erano state esportate verso gli Emirati con licenze legali, ma sarebbero state reindirizzate verso il Sudan attraverso voli cargo via Ciad e Libia. Droni da ricognizione e d’attacco di fabbricazione cinese, modelli CH-95 e Wing Loong II, risultano operati dalle Rsf in basi del Darfur e forniti tramite società con sede emiratina.
Il Blood Gold Report del 2023 ha ricostruito come i profitti auriferi finanzino attività di comunicazione registrate a Dubai e Istanbul. Le stesse aziende che gestiscono il commercio dell’oro acquistano poi servizi di marketing online, pubblicità mirata e gestione di reti di bot. Oggi, oltre 12 milioni di sudanesi risultano sfollati e 30 milioni dipendono dagli aiuti umanitari, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari. Molte zone del paese sono completamente offline, al buio e senza accesso a mezzi d’informazione. Invece, le milizie restano iperconnesse, gestendo canali social e controllando la narrativa anche oltre i confini.
