Sedici anni di potere ininterrotto sono finiti. L’Ungheria volta pagina e lo fa in modo clamoroso, con una vittoria elettorale che nessuno, nemmeno i più ottimisti, si aspettava così netta. Péter Magyar e il suo partito Tisza hanno travolto Fidesz, la formazione di estrema destra guidata da Viktor Orbán, alle elezioni legislative del 12 aprile. Con un’affluenza record del 78%, Tisza si è aggiudicato 138 seggi su 199 nel parlamento ungherese. Un risultato che regala a Magyar la maggioranza dei due terzi. Quella soglia che permette di mettere mano alla costituzione e smontare pezzo per pezzo l’architettura “illiberale” costruita da Orbán in quasi due decenni.
La vittoria racconta il malcontento profondo di un paese stanco. Stanco dell’erosione dello stato di diritto, della crisi economica, degli scandali di corruzione che hanno circondato il governo. Per mesi i sondaggi davano Tisza in vantaggio, ma c’era chi pensava che la macchina propagandistica di Orbán potesse ribaltare tutto. La stampa, controllata per l’80% dal regime, la manipolazione dei collegi elettorali attraverso leggi cucite su misura, la mobilitazione internazionale dell’estrema destra con figure come Donald Trump, Giorgia Meloni e Marine Le Pen. Niente di tutto questo è bastato. Orbán ha inizialmente parlato di brogli, poi davanti all’evidenza si è arreso e ha chiamato Magyar per congratularsi. Migliaia di persone, soprattutto giovani, sono scese in piazza a festeggiare. Già il 10 aprile, alla vigilia del voto, centinaia di migliaia di ungheresi si erano radunate al grande concerto contro Orbán organizzato a Budapest.
La storia di Péter Magyar, tra l’altro, ha qualcosa di romanzesco. Fino a poco tempo fa era un uomo di Fidesz, con un lungo trascorso nel partito. Ha sposato Judit Varga, ministra della Giustizia e fedelissima di Orbán. Poi nel 2024 è esploso uno scandalo pesante che ha travolto sia Fidesz che la stessa Varga, da cui nel frattempo aveva divorziato. Magyar ha lasciato il partito, è approdato al più moderato Tisza e ha cominciato a denunciare corruzione e clientelismo dall’interno, presentandosi come l’unica alternativa credibile. Una mossa che ha fatto presa su un elettorato esasperato non solo dalle restrizioni delle libertà, ma soprattutto dalla profonda crisi economica dell’Ungheria: inflazione, mancanza di posti di lavoro, investimenti scarsi in sanità e istruzione.
Péter Magyar, la campagna elettorale e il crollo di Fidesz
Con l’avvicinarsi del voto, diversi partiti di opposizione si sono ritirati dalla corsa invitando i propri elettori a scegliere Magyar, amplificandone la forza. Orbán ha continuato a puntare su allarmismo e risentimento, agitando i soliti spauracchi dell’Unione europea e dell’Ucraina. Magyar invece non ha smesso di parlare dei problemi concreti del paese e ha proposto un cambiamento in direzione europea. La sua presenza capillare anche nelle zone dove l’opposizione non si era mai presentata, insieme a un tono pacato e tranquillo in netto contrasto con l’aggressività del leader di Fidesz, ha fatto la differenza. Nemmeno il tentativo disperato di Orbán di mostrarsi negli ultimi giorni al fianco del vicepresidente statunitense J.D. Vance ha pagato, in un momento in cui il consenso verso l’amministrazione Trump è ai minimi storici a livello internazionale.
“Le promesse di Magyar di costruire un’Ungheria moderna ed europea hanno attratto non solo i giovani, ma anche gli operai di mezza età, un segmento importante della tradizionale base di Fidesz”, ha spiegato Mátyás Bódi, geografo elettorale dell’Università Eötvös Loránd di Budapest.
Cosa succede adesso in Ungheria
Sul fronte interno, la maggioranza dei due terzi consentirà a Magyar di modificare la costituzione e smantellare le leggi di controllo su stampa, magistratura e istituzioni che hanno sorretto il regime. Ha già annunciato che chiederà le dimissioni del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino a Fidesz, e dei vertici della magistratura, istituendo una commissione per recuperare i beni statali ceduti a fondazioni e think tank allineati con Orbán. Su altri temi, però, la linea potrebbe non cambiare granché. Magyar ha mantenuto toni duri sull’immigrazione, non ha preso posizioni chiare sui diritti civili e ha continuato a usare alcuni simboli del sovranismo ungherese.
In politica estera il segnale è diverso. “L’Ungheria torna a essere un forte alleato nell’Ue e nella Nato”, ha dichiarato nel discorso della vittoria. Uno dei suoi primi viaggi internazionali sarà a Bruxelles per sbloccare i fondi europei, congelati da anni per le posizioni antidemocratiche del governo Orbán. Anche sull’Ucraina qualcosa potrebbe muoversi. L’Ue tiene bloccati 90 miliardi di euro di aiuti europei a Kiev a causa del veto di Orbán, che negli ultimi anni si era avvicinato sempre più alla Russia passando anche informazioni riservate al regime di Putin. Magyar non ha preso posizioni nette sull’Ucraina, ma le sue dichiarazioni a favore dell’UE e della Nato sembrano aprire una nuova stagione nelle relazioni diplomatiche tra Budapest e Kiev.
