La rabbia giovanile è una delle forze più potenti che esistano, e The Testaments lo sa benissimo. La serie sequel di The Handmaid’s Tale, disponibile dall’8 aprile su Disney+, è un racconto distopico che si mescola con il coming of age, ambientato circa quindici anni dopo la rivolta dell’ancella June. Tratta dall’omonimo romanzo del 2019 di Margaret Atwood, la serie segue le due figlie di June, l’ancella che più di tutte ha colpito duramente la tirannia di Gilead. Le due ragazze si ritrovano nell’istituto che forma le future spose dei comandanti, sotto l’egida di Zia Lydia.
Per chi non avesse familiarità con questo universo narrativo, una brevissima premessa: una grave crisi della fertilità porta alla creazione, sul territorio degli Stati Uniti, di un regime patriarcale dove le donne vengono divise in fertili e non fertili. Solo pochissime conservano conoscenza e potere, come le “Zie” che addestrano ragazze e donne in grado di avere figli. Tutte le altre sono vittime di un sistema fondato sul fanatismo religioso, ridotte a fattrici e schiave. In The Handmaid’s Tale, June veniva costretta a subire violenze da parte dei Comandanti per generare eredi, e dopo essere fuggita in Canada sceglieva di continuare a combattere per demolire il sistema, sperando di riunirsi alla figlia rimasta a Gilead.
Agnes, Daisy e il seme della ribellione
In The Testaments, Agnes è una privilegiata, figlia di un Comandante, fertile e destinata a diventare sposa di un ufficiale di alto rango. Col tempo stringe amicizia con una cosiddetta Perla, una ragazza reclutata tramite proselitismo che nasconde una doppia identità: è sia una rivoluzionaria che la secondogenita di June. Le testimonianze del titolo vengono proprio dalle vicende delle due giovani protagoniste e di Zia Lydia, figura centrale di Handmaid’s Tale nel frattempo profondamente trasformata dalle esperienze sotto il regime.
Come teen drama che tratta le sue eroine alla maniera young adult, The Testaments mostra qualche debolezza nelle puntate dove si perde tra dinamiche tipiche dell’adolescenza, tra invidie e piccoli attriti. Ma eccelle nella rappresentazione del processo, un vero e proprio lavaggio del cervello, che trasforma le femmine di qualsiasi età e condizione sociale in figure devote ai maschi e nemiche l’una dell’altra. Non mancano canzoni pop (la serie si apre con “I am a Female Rebel”), dialoghi un po’ banali ed emozioni trattate con superficialità.
Il creatore Bruce Miller ripete lo stesso errore già commesso nel distopico The 100: non riuscire a trovare un equilibrio tra la critica del sistema e lo studio dei giovani personaggi. Però la serie funziona davvero quando approfondisce come l’immenso potere della rabbia adolescenziale, spesso autodistruttiva, possa convertirsi in un’arma potente di ribellione sociale. Chase Infiniti, l’attrice lanciata da Una battaglia dopo l’altra e interprete di Agnes, ha spiegato bene in conferenza stampa la forza delle sue eroine: “Il bello delle giovani generazioni è la loro capacità di resistere, e ancor più la volontà delle ragazze di proteggersi l’un l’altra”.
Quando la distopia si sovrappone alla realtà
Allo spettatore viene offerto inizialmente il punto di vista di Agnes: qualcuno che sta dentro il sistema, nell’occhio del ciclone, una giovane cresciuta in un ambiente ovattato e privilegiato ma esposta costantemente a un’educazione che le ha inculcato fin dall’infanzia la cieca obbedienza a Dio e agli uomini. L’incontro con la sorella sovversiva, un’estranea per lei e un’estranea al sistema, stravolge tutto, mostrando l’immenso divario tra la realtà delle cose e le menzogne propinate. Questo incontro arriva in un momento cruciale, ovvero quando Agnes raggiunge la maturità sessuale e si trova costretta a mettere in pratica quegli insegnamenti, a diventare una sposa devota e sottomessa.
Al netto delle scelte narrative divergenti tra fonte letteraria e adattamento, The Testaments non aggiunge molto di nuovo all’universo creato dalla Atwood (l’autrice si intravede nell’ultimo episodio). Quello che cambia sono i tempi. In ogni senso. La Gilead della serie non è più nella sua età dell’oro, è già stata intaccata dalle azioni dei ribelli. L’età delle protagoniste coincide con un periodo precedente gli abusi: Agnes si sta avvicinando solo adesso alla pubertà, mentre June aveva già subito le violenze riservate alle ancelle. E soprattutto, lo spinoff esce in un’epoca nella quale le donne che hanno determinato la propria emancipazione tramite il controllo del proprio corpo si stanno vedendo private di quel diritto, particolarmente negli Stati Uniti, la futura Gilead.
La divisione della storia
Questa sovrapposizione con la realtà rende lo show ancora più terrificante. E lo è ancor di più nel modo in cui declina la denuncia del patriarcato nel suo legame con la pedofilia. In The Testaments, questa è un pilastro del regime che diventa progressivamente il fulcro della narrazione della prima stagione: nei primi episodi il padre di Agnes mostra la giovane, da poco mestruata, a una stanza piena di potenziali mariti, vecchi bavosi che si leccano le labbra scrutando la loro prossima sposa bambina, buona per il matrimonio appena dopo il menarca. Nella seconda parte, una storyline fondamentale riguarda le molestie inflitte ad alcune ragazze da parte di una figura che dovrebbe curarle e proteggerle.
L’analogia con il fenomeno sociale dell’infantilizzazione della donna è agghiacciante: secondo il modello che viene imposto, la donna deve sembrare molto più giovane, sfoggiare un fisico prepuberale, essere cute, smorfiosa e remissiva. The Testaments porta all’estremo questo processo, mostrando un futuro che replica il passato, e in questo riesce a essere più sconvolgente di Handmaid’s Tale.
