Chi vive in una grande città lo sa bene, anche se spesso preferisce non pensarci troppo. I danni da smog ai polmoni sono un problema reale, documentato, e molto più diffuso di quanto si tenda a credere. L’inquinamento atmosferico non è solo una questione ambientale astratta: ha effetti concreti sulla salute delle persone, e i sintomi che provoca non andrebbero mai trascurati, soprattutto quando diventano ricorrenti.
Il Manuale MSD lo mette nero su bianco: l’inquinamento atmosferico può compromettere la funzionalità polmonare, scatenare crisi d’asma, peggiorare la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e aumentare il rischio di infezioni respiratorie e tumore del polmone. Non solo: rappresenta anche un fattore di rischio per attacchi cardiaci, coronaropatie e ictus. Parliamo quindi di un ventaglio di conseguenze che va ben oltre un po’ di tosse mattutina.
Ma da cosa è composto, nel concreto, lo smog che respiriamo ogni giorno? I principali responsabili sono cinque: biossido di azoto, prodotto dalla combustione di combustibili fossili; ozono, generato dall’effetto della luce solare sul biossido di azoto e sugli idrocarburi; monossido di carbonio; particolato atmosferico, cioè particelle solide o liquide sospese nell’aria; e ossidi di zolfo. Un cocktail tutt’altro che innocuo.
I segnali che il corpo manda e che troppi ignorano
Ci sono alcuni sintomi specifici legati ai danni da smog ai polmoni che vale la pena conoscere. Il primo, e forse il più sottovalutato, è una tosse persistente che si presenta anche senza un raffreddore o un’influenza alle spalle. Poi c’è la dispnea: fiato corto, senso di costrizione al petto, la necessità improvvisa di fermarsi per riprendere fiato. A questi si aggiungono la stanchezza cronica e le infezioni respiratorie ricorrenti. Se uno o più di questi segnali compaiono con una certa regolarità e non sono collegabili ad altre cause note, consultare uno specialista pneumologo diventa una priorità.
E i dati confermano che il problema non è affatto marginale. Secondo Legambiente, nel 2025 sono stati 13 i capoluoghi di provincia italiani che hanno superato il limite giornaliero di PM10, fissato dalla normativa europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all’anno.
Le città più colpite e il nodo della transizione
La situazione peggiore nel 2025 si è registrata a Palermo, dove la centralina di Belgio ha segnato 89 giorni oltre il limite. Segue Milano (centralina Marche) con 66 sforamenti, poi Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Sotto la soglia delle 60 giornate troviamo Frosinone con 55 sforamenti, Lodi e Monza con 48, Cremona e Verona con 44, Modena con 40, Torino con 39, Rovigo con 37 e Venezia con 36 giorni di superamento. Nel resto dei capoluoghi monitorati non si sono registrati sforamenti oltre i limiti di legge, e nessuna città ha superato i valori annuali previsti dalla normativa vigente per PM10, PM2.5 e biossido di azoto.
Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, nel comunicato Mal’Aria di città 2026, ha commentato così: “I miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti. Serve invece un cambio di passo: investire con continuità nel trasporto pubblico e nella mobilità sostenibile, accelerare la riqualificazione energetica degli edifici e il superamento delle fonti più inquinanti nel riscaldamento domestico e dal comparto industriale, intervenire in modo strutturale su agricoltura e allevamenti intensivi”.
