Il fantasma di un possibile lockdown energetico è tornato a circolare con insistenza, riportando alla mente scenari che speravamo di esserci lasciati alle spalle. Il termine richiama immediatamente il periodo più cupo della pandemia da Coronavirus, eppure stavolta il contesto è completamente diverso. A far scattare l’allarme è la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, un passaggio strategico per le rotte del petrolio, che sta generando preoccupazioni concrete sulle importazioni di petrolio e, a cascata, sui prezzi della benzina e sulla tenuta del sistema energetico europeo.
L’Unione Europea sta valutando una serie di misure per fronteggiare quella che potrebbe trasformarsi in una vera e propria crisi energetica. Ma è bene chiarire subito un punto fondamentale: al momento il lockdown energetico resta soltanto un’ipotesi. Nessuna decisione operativa è stata presa, nessun provvedimento restrittivo è in vigore. Parliamo di scenari, non di certezze. Eppure il solo fatto che se ne discuta a livello istituzionale racconta molto sulla fragilità del momento.
Cosa significa davvero lockdown energetico
Quando si parla di lockdown energetico, l’immaginario collettivo va subito ai tagli alla corrente, al razionamento dell’energia, magari a limitazioni forzate della mobilità. E in parte è proprio questo lo scenario che le istituzioni europee stanno cercando di scongiurare. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei colli di bottiglia più delicati al mondo per il transito del greggio: un eventuale blocco prolungato avrebbe ripercussioni enormi sulla disponibilità di petrolio a livello globale, e l’Europa sarebbe tra le aree più esposte.
Il punto è che l’Italia, per la sua dipendenza dalle importazioni energetiche, si troverebbe in una posizione particolarmente vulnerabile. I prezzi della benzina potrebbero subire un’impennata significativa, con effetti a catena su trasporti, logistica e costi di produzione. È un meccanismo già visto, purtroppo, nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina, quando il gas naturale raggiunse quotazioni da capogiro.
La differenza, questa volta, è che il rischio riguarda direttamente il petrolio. E il petrolio, nonostante la transizione energetica in corso, resta ancora il motore di buona parte dell’economia reale. Dai carburanti alla plastica, dalla chimica ai fertilizzanti: un blocco delle forniture non colpirebbe solo chi fa il pieno all’auto.
L’Europa si muove, ma con cautela
L’UE sta dunque studiando possibili contromisure, pur mantenendo un profilo prudente. Nessun documento ufficiale parla esplicitamente di razionamenti o restrizioni immediate. Si tratta piuttosto di piani di emergenza, scenari di contingenza da attivare solo nel caso in cui la situazione dovesse precipitare. Il lockdown energetico, per ora, è un termine che circola più nel dibattito pubblico e mediatico che nei corridoi delle istituzioni.
Resta il fatto che la chiusura dello Stretto di Hormuz, anche solo parziale o temporanea, basterebbe a far schizzare verso l’alto i prezzi del greggio sui mercati internazionali. E quando il prezzo del barile sale, l’effetto si fa sentire rapidamente anche alla pompa. Per l’Italia si prepara un periodo di attenzione massima, con il governo che monitora l’evolversi della situazione e l’opinione pubblica già in allarme.
