La crisi di Honda ha raggiunto proporzioni che nessuno si aspettava. Il secondo più grande costruttore di automobili del Giappone sta vivendo il periodo più difficile dalla sua quotazione in Borsa, avvenuta negli anni Cinquanta del secolo scorso. Quattro trimestri consecutivi di perdite nella divisione auto, la peggiore striscia negativa dai tempi del terremoto e tsunami di Fukushima di quindici anni fa, e un piano per i veicoli elettrici che si è letteralmente sgretolato sotto i colpi dei dazi americani e di una concorrenza sempre più agguerrita.
Il paradosso è evidente: mentre la divisione motociclette di Honda ha raggiunto volumi di vendita e utili operativi da record, quella automobilistica è sprofondata, soprattutto in Cina e nel sudest asiatico. L’utile netto previsto ha subito un crollo del 70,1%, fermandosi a 250.000 miliardi di yen, circa 1,35 miliardi di euro. I ricavi complessivi dovrebbero calare del 6,4%. E la prospettiva a medio termine non è certo più rosea: Honda ha annunciato perdite fino a 2,5 bilioni di yen (circa 13,6 miliardi di euro) nei prossimi due anni, legate alla profonda revisione della propria strategia di elettrificazione. Numeri che rappresentano la prima perdita netta annuale da quando il marchio è quotato in Borsa.
Troppo poco, troppo tardi: il confronto impietoso con Toyota
Per capire quanto Honda sia rimasta indietro basta un dato: negli Stati Uniti il marchio offre appena quattro modelli ibridi e un solo elettrico puro, il Prologue, contro i ventinove ibridi di Toyota. Era stato l’amministratore delegato Toshihiro Mibe a rompere con la lunga tradizione Honda legata ai motori a combustione interna, puntando tutto sull’elettrificazione. Ma la strategia si è dissolta, e tutto il denaro investito in tecnologia proprietaria, piattaforme e batterie, non ha prodotto risultati concreti.
A peggiorare le cose ci hanno pensato i dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti sui veicoli importati. Per Honda il colpo è stato durissimo, perché il mercato americano rappresenta il suo sbocco commerciale più importante: circa il 40% dei modelli che vende negli USA viene importato. Per provare a limitare i danni, a marzo Honda ha deciso di spostare la produzione della prossima generazione della Civic ibrida nello Stato dell’Indiana, anziché in Messico, proprio per evitare le tariffe doganali su uno dei suoi modelli più venduti.
Il caso Afeela e la cancellazione dei progetti elettrici
Ma il colpo più duro resta quello legato ad Afeela 1, il progetto sviluppato insieme a Sony. Doveva essere una berlina elettrica di punta, con oltre 500 km di autonomia, pensata per far dimenticare la deludente esperienza di Honda e. Le prime unità erano già state prodotte in Ohio e si potevano prenotare in California a un prezzo di circa 95.000 euro. Le politiche tariffarie e le misure contro i veicoli elettrici adottate dall’amministrazione Trump hanno però affossato il progetto, che è stato cancellato. Stessa sorte per il secondo modello della collaborazione, un SUV elettrico appena svelato: Honda 0 SUV. Cancellati anche Honda 0 Sedan e Acura RSX.
“Honda non è riuscita a offrire prodotti con un rapporto qualità prezzo migliore rispetto ai costruttori di veicoli elettrici più recenti, il che ha comportato una perdita di competitività”, ha ammesso la stessa azienda. La fine degli incentivi all’acquisto di auto elettriche negli Stati Uniti ha fatto crollare la domanda: le consegne dei veicoli elettrici Honda sono precipitate di oltre l’80% appena un mese dopo lo stop alle agevolazioni. Gli Stati Uniti erano il mercato principale destinato ad Afeela, insieme al Giappone.
“Guardiamo al futuro valutando con attenzione l’impatto delle politiche tariffarie e ampliando le misure di recupero, cercando allo stesso tempo una maggiore crescita dell’utile operativo”, ha dichiarato Honda nella propria presentazione dei risultati.
