Il mondo della tecnologia sta vivendo un paradosso difficile da ignorare. I posti di lavoro in ambito STEM crescono a un ritmo quasi quattro volte superiore rispetto a quelli non tecnici, eppure le donne nel settore tech continuano ad abbandonare queste carriere o, peggio ancora, ne vengono spinte fuori. Non è una questione marginale, e i numeri parlano chiaro: quella che dovrebbe essere un’era di opportunità straordinarie si sta rivelando, per una larga fetta della forza lavoro femminile, un vicolo cieco.
Il fenomeno non riguarda solo chi non riesce a entrare nel settore. Riguarda soprattutto chi ci è già dentro e decide di andarsene. O chi viene tagliata fuori da ondate di licenziamenti che, secondo diversi report e analisi interne alle aziende, colpiscono le donne in modo sproporzionato. Quando un’azienda tech riduce il personale, spesso sono i ruoli dove la presenza femminile è più concentrata a subire i tagli più pesanti. E questo succede con una regolarità che fa riflettere.
Culture lavorative tossiche e il peso invisibile sulle carriere femminili
C’è poi un altro aspetto, meno visibile nei dati ma devastante nella pratica quotidiana. Le culture lavorative tossiche rappresentano uno dei motivi principali per cui le donne nel settore tech decidono di cambiare strada. Ambienti dominati da dinamiche escludenti, mancanza di riconoscimento, difficoltà nel far sentire la propria voce durante le riunioni, promozioni che arrivano sempre per qualcun altro. Sono esperienze che, sommate nel tempo, logorano anche le professioniste più determinate.
Non si tratta di fragilità, sia chiaro. Si tratta di contesti che rendono quasi impossibile crescere professionalmente senza dover combattere battaglie extra rispetto ai colleghi maschi. E quando queste battaglie diventano troppe, la scelta razionale diventa una sola: andare altrove. Il risultato è un esodo silenzioso ma costante, che impoverisce il settore di talenti e competenze preziose.
Diversi studi condotti negli ultimi anni mostrano che circa il 50% delle donne che intraprendono una carriera tecnologica la abbandona entro i primi dieci anni. Una percentuale impressionante, soprattutto se confrontata con quella maschile, nettamente inferiore. E il problema non sta nella formazione o nella preparazione: le donne che escono dal tech hanno spesso qualifiche eccellenti e anni di esperienza alle spalle.
Un settore che cresce ma non per tutte
La crescita occupazionale nel settore STEM dovrebbe rappresentare una buona notizia per chiunque abbia le competenze giuste. Eppure questa espansione sta avvenendo in modo profondamente diseguale. Le posizioni aperte aumentano, gli stipendi salgono, la domanda di figure specializzate non accenna a rallentare. Ma le donne nel settore tech restano una minoranza, e la loro percentuale non migliora come ci si aspetterebbe.
Le aziende che investono in programmi di inclusione e retention al femminile esistono, certo. Alcune hanno ottenuto risultati concreti, con politiche di trasparenza salariale, percorsi di mentoring dedicati e revisione dei processi di promozione interna. Il punto è che queste realtà rappresentano ancora l’eccezione, non la regola. La maggior parte delle grandi aziende tech continua a perdere talento femminile senza nemmeno monitorare adeguatamente il fenomeno.
