Il tema della cyber security non è più qualcosa che riguarda solo gli addetti ai lavori o i reparti IT delle grandi aziende. È diventato un fattore strategico, economico e perfino geopolitico. Lo conferma una ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, che ha messo in fila dati piuttosto eloquenti sulla situazione attuale delle imprese italiane e, più in generale, sul perché l’Europa debba iniziare a ragionare seriamente in termini di autonomia strategica anche nel campo della sicurezza informatica.
Secondo quanto emerge dalla ricerca, un terzo delle grandi aziende dichiara di aver subito almeno un incidente informatico con impatti economici significativi, legati soprattutto ai costi di ripristino delle attività. Non si parla quindi solo di danni reputazionali o di fastidi operativi temporanei: si parla di soldi, di rallentamenti concreti, di risorse bruciate per rimettere in piedi sistemi compromessi. E il quadro peggiora guardando un altro dato: il 3% delle aziende coinvolte denuncia impatti diretti sull’operatività, vale a dire interruzioni vere e proprie che hanno toccato la capacità di lavorare normalmente.
La cybersecurity come leva di competitività
Numeri del genere spostano la discussione su un piano molto pratico. La cyber security non è più un costo da sopportare o una voce secondaria nel bilancio aziendale. È una leva di competitività, soprattutto in un contesto che l’Osservatorio definisce come “era della complessità”. Le minacce informatiche crescono in sofisticazione, i perimetri da difendere si allargano con il lavoro da remoto, il cloud, l’intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi. E chi non investe in modo adeguato nella propria sicurezza digitale rischia di trovarsi esposto a conseguenze che vanno ben oltre il singolo attacco.
C’è poi la questione europea, che è forse quella più interessante dal punto di vista di lungo periodo. Parlare di autonomia strategica nel campo della cyber security significa chiedersi quanto l’Europa possa davvero contare su tecnologie, competenze e infrastrutture proprie per proteggersi. La dipendenza da soluzioni e piattaforme sviluppate altrove rappresenta di per sé una vulnerabilità, perché in caso di tensioni geopolitiche o di cambiamenti nelle politiche commerciali di altri Paesi, il rischio è trovarsi scoperti proprio dove serve essere più solidi.
Grandi aziende sotto pressione: i dati dell’Osservatorio
Quello che la ricerca del Politecnico di Milano mette in evidenza è un quadro in cui le grandi aziende sono sotto pressione costante. Un incidente su tre, tra quelli dichiarati, ha avuto ripercussioni economiche rilevanti. È una percentuale alta, che racconta quanto sia diffuso il problema e quanto ancora ci sia da fare in termini di prevenzione, formazione del personale e aggiornamento delle difese.
Il fatto che la cyber security venga ormai considerata una leva di competitività aziendale è un segnale importante. Significa che il mercato stesso sta iniziando a premiare chi investe nella protezione dei propri dati e dei propri sistemi, e a penalizzare chi invece sottovaluta il rischio. In un contesto europeo che si muove verso una maggiore regolamentazione e verso standard più elevati di sicurezza, le aziende che sapranno adeguarsi per tempo avranno un vantaggio concreto rispetto a quelle che rincorreranno gli obblighi normativi solo quando sarà troppo tardi.
L’Osservatorio sottolinea proprio questo passaggio culturale: dalla cyber security intesa come difesa passiva alla cyber security come elemento centrale della strategia d’impresa, capace di abilitare la fiducia dei clienti, la continuità operativa e la capacità di innovare senza esporsi a rischi incontrollabili. Il 3% di aziende che ha subito impatti diretti sull’operatività resta un dato che, per quanto contenuto in apparenza, descrive situazioni in cui intere linee di business si sono fermate a causa di un attacco.
