Oltre 280 app Cast to TV pubblicate sul Google Play Store sono finite sotto i riflettori dopo un’indagine che ha portato alla luce uno scenario piuttosto inquietante. A scavare a fondo nella questione è stato uno sviluppatore indipendente, autore di LocalCast, che ha deciso di analizzare da vicino le applicazioni concorrenti nella categoria dedicata al casting su TV e allo screen mirroring. Quello che ne è venuto fuori va ben oltre qualche semplice app di scarsa qualità.
Stando ai risultati dell’indagine, la categoria delle app Cast to TV sarebbe sostanzialmente dominata da un numero molto ridotto di reti di sviluppatori, con base prevalentemente tra Vietnam e Pakistan, che operano attraverso decine di account separati. In apparenza sembrano realtà indipendenti, ma in pratica risalgono tutte a pochissimi gruppi. Il volume complessivo? Circa 1,8 miliardi di installazioni, un numero che da solo contribuisce a dare un’aura di legittimità a un sistema che invece presenta diverse zone d’ombra.
Tra i nomi più attivi spiccano alcune realtà specifiche. La rete nota come iKame / Begamob conterebbe oltre 130 app pubblicate e circa 1,5 miliardi di download, con diverse applicazioni segnalate dagli utenti per pubblicità estremamente invasive. Poi c’è MaxLabs, una singola azienda che gestirebbe ben otto account sviluppatore distinti, ognuno con un nome diverso, per un totale che supera i 160 milioni di installazioni. E ancora, Incube Technologies, società che oltre a pubblicare app tramite account come SwiftBiz Apps, offrirebbe anche servizi di ottimizzazione sugli store (la cosiddetta ASO), contribuendo alla diffusione capillare di queste applicazioni.
Pubblicità non chiudibili, abbonamenti nascosti e funzionalità inesistenti
Ma il vero problema per chi scarica queste app Cast to TV riguarda l’esperienza d’uso. E qui le cose si fanno davvero sgradevoli. Molte di queste applicazioni, secondo le segnalazioni raccolte, mostrerebbero pubblicità non chiudibili, al punto da costringere in alcuni casi al riavvio del dispositivo. Si parla poi di abbonamenti con costi fuori misura, anche oltre 22 euro a settimana, e di prove gratuite che in realtà attivano addebiti immediati. Per non parlare delle funzionalità promesse ma mai realmente funzionanti, casting compreso, che poi sarebbe il motivo stesso per cui l’app viene scaricata.
Ci sono anche dettagli più subdoli: alcune applicazioni risultano rinominate per ereditare valutazioni e recensioni di versioni precedenti completamente diverse, ad esempio da chatbot a strumenti di casting. Un trucco che inganna facilmente chi si basa sul punteggio medio per decidere se scaricare o meno.
Alternative affidabili e attenzione prima del download
Il caso riporta ancora una volta l’attenzione sui limiti del sistema di controllo del Play Store. Google utilizza strumenti automatici e revisioni manuali, eppure queste reti riescono sistematicamente ad aggirare i filtri creando nuovi account, rinominando app esistenti e sfruttando tecniche di ottimizzazione aggressive. Il problema non è nuovo, ma il fatto che si ripresenti ciclicamente con numeri così importanti fa capire quanto l’equilibrio tra apertura della piattaforma e tutela degli utenti sia ancora fragile.
Per chi cerca applicazioni di casting funzionanti e prive di comportamenti sospetti, l’indagine indica alcune alternative considerate affidabili: Web Video Caster, BubbleUPnP, Castto, Video & TV Cast e LocalCast. Si tratta ovviamente di esempi, ma rendono bene l’idea di come sia fondamentale prestare attenzione prima di scaricare app che in superficie sembrano tutte uguali.
Il suggerimento, che può sembrare scontato ma evidentemente non lo è, resta sempre lo stesso: verificare con cura le recensioni, controllare chi è lo sviluppatore, dare un’occhiata allo storico delle app pubblicate dallo stesso account, leggere le autorizzazioni richieste e soprattutto le condizioni degli abbonamenti. Perché dietro applicazioni dall’aspetto innocuo, come dimostra questo caso, possono nascondersi dinamiche parecchio più articolate di quanto ci si aspetti.
